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Federico e non solo

 

In questa sezione:

SIRACUSA, una città oltre il mito  di Laura Cassataro

 

 

SIRACUSA e il suo territorio   di  autori vari

               


               

                                 per saperne di più:                                           

 

 copertina guide al parco                         copertina        

   

 Laura Cassataro                                                                                                     Laura Cassataro

SIRACUSA   -  GUIDA AL PARCO ARCHEOLOGICO                            SIRACUSA - SULLE TRACCE DEL PASSATO

A GUIDE TO THE ACHAELOGICAL PARK

                ITALIANO-INGLESE          

Editore Morrone, 2010                                                                                  Editore Morrone, 2008 

 


      

     

SIRACUSA UNA CITTA' OLTRE IL MITO

 

 

Siracusa- Ortigia, foto aerea


     Presentare Siracusa, città dalla straordinaria valenza paesaggistica, ambientale, paleontologica, archeologica, artistica, culturale, storica, letteraria, religiosa, che si concretizza in uno spessore stratigrafico notevolissimo in tutte le sue fasi storiche, non è sicuramente un compito facile.
Città che non fu solo "la più bella e la più grande fra le città greche" come la definì Cicerone (il quale non poteva ovviamente che valutarne l'importanza sino al periodo romano), ma la città da
guiness dei primati praticamente in ogni tempo. Città dalle mille risorse che mille risorse aggiunge traendole dal territorio che le appartiene. Territorio fertile che nello spazio di pochi chilometri quadrati  estrinseca una varietà di tipologie ambientali e di insediamenti umani tra i più ricchi dell'intera nazione. Città poliedrica, nella quale ogni tipo di utenza può appagare le proprie esigenze; città che oggi, superate le nostalgiche ideologie neoclassiche, ci appare città aurea nel periodo geco, ma anche nei precedenti e nei successivi. Proprio in virtù di questo multiforme aspetto essa potrebbe, speriamo molto presto, metà di visitatori più interessati a lunghe permanenze, i quali, oltre ad una full immersion nell'ambito urbano, potrebbe trarre godimento isolandosi per esempio in veri e propri paradisi naturalistici come Pantalica o Cava Grande. In questi luoghi il silenzio viene interrotto soltanto dal cinguettio del merlo acquaiolo o dello scricciolo o del piro piro piccolo e dallo scorrere dell'acqua ombreggiata da salici, platani e oleandri. Sulle pareti dei costoni rocciosi che rinfiancano le cave, veri e propri canyon, si trovano, tra rovi di more, ciuffi di erika, euforbia, falsa ortica e orchidee, le tracce del lungo e paziente lavoro della mano dell'uomo preistorico: centinaia, a volte migliaia, di tombe a grotticella artificiale. Mute città dei morti, testimonianze inequivocabili delle città dei vivi. Per gli amanti del mito e delle storie d'amore, un fiume offre ricordi pregnanti: il Ciane, dalle azzurre e trasparenti acque, decorato agli argini dalle chiome del cyperus papyrus, nel fruscio leggero del vento canta ancora la leggenda della ninfa trasformata in fiume. Chilometri di spiaggia sabbiosa con formazioni di dune ove creano chiaroscuro suggestivo centinaia di egagrofile, offrono letto assolato a chi, amante del mare, si immerge nelle trasparenti acque di Vendicari, potendone apprezzare anche gli splendidi fondali.
Innumerevoli esempi si potrebbero ancora fare, dalle catacombe, alle basilichette, alle grotte affrescate, alle neviere, alle città famose come Noto ed Avola antica, ai mulini, agli acquedotti, ai ponti, dagli abitati rupestri ai paesi di epoca medievale e moderna...Non solo ai turisti, ma ai siracusani stessi compito di scoprire le ricchezza del territorio! Dalle "ossa dei giganti" venute fuori dallo scavo paleontologico del Fusco relative all'elefante antico, a quello nano, all'ippopotamo, al cigno e al ghiro gigante, alle prime tracce relative alla frequentazione umana del paleolitico superiore rinvenute nelle grotte, al neolitico, all'età dei metalli all'arrivo dei Greci di Corinto nella metà dell'VIII secolo a.C., ai romani, ai bizantini, agli arabi, ai normanni, agli svevi, agli angioini, agli aragonesi, agli spagnoli, agli austriaci, ai borboni sino a noi! Siracusa è tutto questo!
Ogni civiltà ha lasciato tracce indelebili del proprio passaggio e oggi, grazie ai risultati delle indagini archivistiche, archeologiche e monumentali, si riesce ad avere l'idea di una città dal ruolo primario, dal ruolo di vera e propria capitale. Questa valutazione nasce per l momento da dati parziali, il cui arricchimento potrà ulteriormente sottolinearne l'importanza. Siracusa ha il più grande teatro greco d'Occidente, l'ara per sacrifici più grande del mondo greco, l'anfiteatro tra i più grandi del mondo romano, le catacombe  seconde soltanto a quelle di Roma, resti bizantini che ne documentano il ruolo di capitale del periodo, strutture sveve di impareggiabile bellezza ed unicità come il Castello Maniace che legate ai resti di altre ci pongono di fronte ad una città chiave nell'impero di Federico II, palazzi aragonesi e rinascimentali, edifici e chiese barocche dalle grandiose planivolumtrie e dai particolari decori, opere neoclassiche ed interi quartieri in stile liberty con un susseguirsi di stile eclettico che prosegue nell'architettura del periodo fascista, sino ad arrivare al moderno (Museo Archeologico, Santuario della Madonna delle Lacrime). Siracusa dal patrimonio artistico di portata europea che vede le firme di artisti prestigiosi come Antonello Gagini, Francesco Laurana,  Antonello da Messina, Filippo Paladini, Agostino Scilla, Caravaggio, Luigi Vanvitelli; elenco parziale ma di per sè significativo. Siracusa primeggia in campo letterario: da Teocrito a Vittorini. Siracusa prima donna del teatro antico. Siracusa meta di pellegrinaggio mariano. Senza soluzione di continuità, nel breve spazio dell'isoletta di Ortigia, oggi il centro storico concentra tutto questo. Realtà visivamente percepibile ad esempio nello spessore materico che insiste tra lo stilobate del tempio di Apollo e la Chiesa di San Paolo e la vicina moderna costruzione del Credito Italiano.  La cattedrale, nel cuore di Ortigia, è l'emblema della città: i bizantini la realizzarono sfruttando la solida struttura del tempio greco di Atena: Tutte le dominazioni successive lasciarono la loro opera aggiuntiva nell'organismo architettonico che in ogni pagina ci racconta un momento diverso ma complementare del precedente e del susseguente: La cattedrale ci appare come sintesi di tutte le culture che accentrarono in essa i loro interessi artistici e politici. Ogni membratura architettonica o arredo interno corrispondono ad una pagina che, in progressione numerica, formano il libro millenario della storia di Siracusa. La cattedrale, unico esempio di tempio greco ancora incorporato e leggibile in una struttura chiesastica, assume una straordinaria, ulteriore valenza storica: essa, infatti, si impostò sul nodo centrale della città greca - l'Acropoli - e, come già aveva scoperto Paolo Orsi (1912) e oggi validamente confermato da Giuseppe Voza (1996), sul villaggio preistorico dell'età del bronzo antico, e forse del neolitico. Aggiunto questo dato importantissimo possiamo, quindi, affermare di poter leggere tutta la storia della città (oltre cinquemila anni) che, con riflessione che ci riempie d'orgoglio è, nelle linee generali, la stessa storia della più grande isola del Mediterraneo,  terra di
sali e di suli, di contrasti e di conquista, ma terra fertile per arte , cultura e tradizioni: l'Isola di Sicilia.

 


 

 

 

 

fontana diana f_(640_x_480)LA FONTANA DI DIANA E IL MITO DI ARETUSA

 

Fontana di Diana in piazza Archimede, opera dello scultore Giulio Moschetti di Ascoli Piceno,
 realizzata in cemento armato nel 1906, che sostituì il lampione collocato poi in piazza Santa Lucia.

 

La Fontana  di Diana in piazza Archimede venne realizzata nel 1906 da Giulio Moschetti,    scultore di Ascoli Piceno (1847-1910). Lo scultore intraprese lo studio della scultura sotto la guida di Giorgio Paci, artista ascolano neoclassico, da cui trasse l’amore verso le forme rigidamente classiche, che certamente rappresentano l’elemento portante della sua formazione. Dopo una breve sosta a Firenze, si recò a Roma, dove frequentò l’Accademia di San Luca e dove diede inizio ad un’intensa attività eseguendo numerose sculture e partecipando a vari concorsi in molti dei quali riuscì vincitore. Nel 1878 fu costretto a lasciare Roma perché ammalato di cuore e di asma e scelse di vivere a Catania per il clima mite. Per questa città realizzò diverse opere tra le quali, nel 1906, la Fontana di Proserpina nei pressi della stazione ferroviaria. Nello stesso anno realizzò la Fontana di Diana per la città di Siracusa collocata al centro della piazza Archimede. Essa sostituì il grande lampione, che venne collocato nella parte centrale di piazza Santa Lucia alla Borgata. L’opera scultorea venne eseguita da Giulio Moschetti con l’aiuto del figlio Mario in dieci mesi e il compenso fu di L. 19.000. L’opera venne realizzata in cemento armato, materiale che si cominciò ad usare proprio agli inizi del XX secolo; essa guarda a sud e non al corso Matteotti, che ancora non esisteva, essendo stato realizzato con lo sventramento operato nel periodo fascista. La fontana rappresenta il mito di Aretusa ed è articolata su tre ordini di elevazione. Al centro, in posizione dominante, su un alto basamento foggiato a scogliera, è la figura di Diana (ma sarebbe più giusto appellarla Artemide) con l’arco la faretra e il cane; per la sua creazione, come si narra, lo scultore prese a modello una donna siracusana.Ai suoi piedi è rappresentata Aretusa nel momento in cui la dea sta per trasformarla in sorgente per sottrarla alle insistenze amorose di Alfeo, che si sporge a destra della dea sorpreso per il prodigio della metamorfosi che sta per avvenire. Sul piano del secondo ordine trovano posto, all’interno della vasca, quattro gruppi scultorei, che rappresentano una famiglia di Tritoni. Il Tritone e la compagna col piccolo in braccio, cavalcano ciascuno un pistrice; i due Tritoni adolescenti montano due cavalli marini. Questi mitici personaggi rappresentano il mare, elemento dove si conclude la storia d’amore. La vasca monolitica, in graniglia rossa, è sormontata su quattro lati da mascheroni (all’interno) e stemmi. La sua forma mistilinea proseguiva idealmente nell’originaria pavimentazione della piazza (sostituita dall’attuale nel 1980-’81) che riportava il segno grafico di  una stella ad otto punte.
L’opera è frutto di un eclettismo stilistico, che guarda ai modelli classici dell’arte greco-romana, ma che unisce naturalismo e stile floreale, rendendo omaggio al mito più famoso della città di Siracusa. L’acqua che artificialmente arriva nella vasca si lega idealmente a quella sorgiva dell’Aretusa.

 

 


 

fonte aretusa

 

C'ERA UNA VOLTA LA NINFA ARETUSA

 

La Fonte Aretusa. La definizione  dialettale “a funtana e pàpiri”, ormai generalizzata anche nel linguaggio delle nuove generazioni, rischia di far perdere nella memoria collettiva la connotazione di “sorgente” e l’appellativo della ninfa: “Aretusa”! Il vicino ronco definito nella lapide ” Ronco I alla fontana", che non fa che ufficializzare tale errata denominazione.

Cera una volta la ninfa Aretusa, il cui nome, dal greco, significa “la virtuosa”. Aretusa era sacra ad Artemide, la dea della caccia e a lei aveva fatto voto di castità. Racconta il mito che in un giorno molto caldo, la ninfa si trovava in un bosco di Grecia. Stanca e accaldata, decise di fare il bagno in un fiume che scorreva fra gli alberi, invitante. Aretusa si spoglia dei suoi veli e comincia a nuotare nelle acque del fiume.
Un giovane cacciatore di nome Alfeo si trova a passare nelle vicinanze e, incuriosito dai rumori del vicino fiume, si avvicina e… rimane incantato dalla bellezza della ninfa: colpo di fulmine! Alfeo si invaghisce di Aretusa perdutamente, ma lei, accortasi di essere vista dal giovane, comincia a scappare ed Alfeo ad inseguirla. L’inseguimento continua nel bosco sino a quando la ninfa, stanca, invoca l’aiuto della sua protettrice, Artemide. La dea si impietosisce – dice il mito – e, per farla sfuggire al suo inseguitore, trasforma Aretusa in una sorgente, che affiora non in Grecia, bensì nello scoglio di Ortigia. Aretusa scompare agli occhi di Alfeo, il quale, sbandato e smarrito, raccoglierà le sue energie e, invocato Zeus, a lui chiederà soccorso. Il dio lo trasforma in fiume ma, giocandogli un brutto scherzo, lo farà sgorgare in Grecia e non in Sicilia. Alfeo non si dà per vinto e pur di raggiungere la sua amata, passando sotto i mari di Grecia e di Sicilia, evitando di mescolarsi con le acque salate dei mari, dopo un viaggio lungo e faticoso, arriverà nel Porto Grande di Siracusa. Sarà qui che Alfeo si unirà con Aretusa, falda freatica a livello del mare che ancora oggi, uscendo a mare,  perpetua il rito di unione con Alfeo. fonte aretusa particolare_(640_x_480)    La storia d’amore c’insegna una grande verità storica: Aretusa rappresenta la colonia Siracusa, fondata lontano dalla madrepatria Grecia rappresentata da Alfeo quasi cordone ombelicale mai reciso! I Greci che intorno alla metà dell’VIII secolo a. C. salpavano dalla loro patria per venire a fondare le città nella Sicilia orientale, nella loro terra non torneranno mai più; emigrati e trapiantati per sempre in quelle città che chiamavano apoikìai (lontano da casa) amavano ricordare l’amore  per la terra d’origine con leggende come quella di Aretusa ed Alfeo. Forse, a dispetto delle innumerevoli dominazioni successive, lo spirito greco alberga ancora nei cuori dei siracusani se è vero, come è vero, che oltre ad essere così chiamati, i cittadini possono indifferentemente essere nominati come aretusei, in ricordo di quella ninfa che si identifica con i fondatori corinzi.

 

 


 

 

 

 

carraia porta s.   STRADE GRECHE IN CITTA'

Tratto di carraia che convergeva nella cosiddetta porta scea. E’ ubicata nella balza di Scala Greca prospiciente la contrada Targia (uscita Nord per Catania).

 

Limpulso alla viabilità antica nasce in Occidente con la fondazione delle colonie greche.  Ma i Greci non diedero certo vita ad una viabilità stabile e regolare frutto di una volontà progettuale. Probabilmente gli stanziamenti di coloni, venuti dal mare, comunicavano fra di loro preferibilmente tramite il mare stesso. Preoccupazioni di carattere difensivo dovettero influire, in un primo momento, sulla scarsa realizzazione di strade.   E’ indubbio, tuttavia che il consolidamento delle principali colonie si accompagna ad una politica di espansione territoriale e, quindi, allo sviluppo viario caratterizzato da piste che, col tempo, divenivano definitive per il ripetuto uso. Queste considerazioni valgono, non solo per le strade extraurbane, ma anche, in larga parte per quelle urbane. E’ il caso della colonia corinzia Siracusa che, ancora oggi, nonostante la stratificazione successiva e l’enorme sviluppo dell’edificato moderno, ci offre l’opportunità di osservare tratti di quelle antiche strade che, l’archeologo Paolo Orsi ebbe a definire amaxitoi odoi, cioè strade frequentate da carri (le trazzere utilizzate sino al XIX secolo). Nel nostro territorio, particolarmente caratterizzato dalla presenza di banchi calcarei, la traccia materiale della strada greca è facilmente rilevabile: le ruote dei carri, passando ripetutamente sopra il tenero calcare, vi lasciavano i solchi. Un preciso inquadramento cronologico delle carraie è molto difficile. Tuttavia, si può ritenere certo che a maggiore profondità dei solchi e più ampio interasse, corrisponde maggiore antichità. Numerosi gli esempi di carraie in città: ad esempio sono presenti solchi molto profondi nella contrada Grotticelle nell’area della cosiddetta Tomba di Archimede, la cui lettura è molto facile anche ai non addetti ai lavori. Aveva ragione Paolo Orsi quando sosteneva che la storia che ci raccontano le carraie è una storia in vivo contrasto con lo splendore spiegato dai Greci in tanti altri rami della pubblica edilizia. Ad esempio, le grandiose mura dionigiane ci parlano dell’abilità straordinaria delle maestranze che vi lavorarono. Lungo le mura sappiamo, dallo storico Polibio, dell’esistenza di una porta a 6 aperture (Exapylon): di essa nulla rimane, ma le tracce di una porta scea (termine di omerica memoria che indica un’apertura che ha il lato destro più avanzato e a quota superiore rispetto a quello sinistro, in modo da permettere un migliore controllo degli attacchi  esterni e, quindi, una tattica difensiva più efficace) di recente riportate alla luce nella zona Nord di Siracusa, poco distante dalla contrada Targia, fanno pensare ad una probabile pertinenza con l’ Exapylon. La carraia che viene presentata nella foto convergeva nella porta scea; la tipologia della strada evidenzia di come dovevano essere faticosi i viaggi dei Greci, il trasporto delle derrate alimentari e i collegamenti in genere, aspetti veramente umili e forse poco noti ai più.

 


 

 

 

   NEL SOTTOSUOLO DI PIAZZA DUOMO 

Piazza Duomo. Le linee nere sulle basole che la pavimentano sono il segno grafico delle tracce di fondazione di due strutture sacre: la più antica, l’oikos, dell’VIII sec. a.C. inglobata in un’altra di VII sec.a.C., rinvenute da Giuseppe Voza durante la campagna di scavo 1996-1998. Una lunga linea nera corre parallela al Palazzo Arcivescovile indicando una sottostante strada greca.

 

 

Il cuore del centro storico di Siracusa, Piazza Duomo, mostra in quasi tutti gli edifici che l’attorniano, lo stile barocco sia precedente che successivo al noto evento sismico del 1693 che colpì la Sicilia Sud-Orientale. Tuttavia essa ci parla di tutta la storia della città: dalla fase preistorica ad oggi! Storie dalla terra ci erano state raccontate dall’archeologo Paolo Orsi, con le sue campagne di scavo dal 1912 al 1917 nella via Minerva, non solo sull’esistenza di un tempio greco arcaico, anteriore quindi  a quello classico inglobato nella Cattedrale, ma anche di fondi di capanne preistoriche datate alla media età del bronzo (XIV sec. a.C.), dando conferma alle parole dello storico Tucidide, il quale riferiva che, quando l’ecista di Corinto, Archia, fonda la città in Ortigia, non trova il sito deserto ma interessato da un insediamento siculo.  Scavi condotti negli anni ’60 del XX secolo da Vinicio Gentili  e poi da Paola Pelagatti sotto il Palazzo del Senato, fornirono altri elementi materiali sia per il periodo preistorico (capanne) che greco (stilobate del tempio ionico del VI sec. a.C.). Se aggiungiamo a questi, i dati della più recente campagna di scavo condotta da Giuseppe Voza (1996-1998) nella piazza del Duomo, prima della sua ultima pavimentazione, abbiamo qui, nell’area della Cattedrale, la prova materiale della storia più antica della città. Il periodo preistorico ci viene documentato a livello di semplice frequentazione per l’età neolitica (V millennio) e di impianto stabile per l’età del bronzo antico (XXII – XV sec. a. C.), come documentato da una grande capanna ellittica scoperta nella zona antistante l’edificio della Sovrintendenza, unitamente a materiali dello stesso periodo rinvenuti nello scavo di fronte alla Cattedrale. Il periodo che va dalla media e tarda età del bronzo all’età del ferro (XIV-IX sec. a.C.) è attestato da una notevole quantità di cocciame, così come quello greco dall’VIII (che evidenzia una iniziale convivenza con gli indigeni) al II sec. a.C. Se si sceglie come punto di osservazione la scalinata del Duomo, si vedranno delle linee nere realizzate con piombo fuso, che formano un rettangolo all’interno di un altro, segnate sulle basole della pavimentazione della piazza. Esse indicano l’esistenza nel sottosuolo delle tracce del più antico edificio sacro della Siracusa greca, un semplice òikos, una casa di culto, il cui elevato doveva essere o in mattoni crudi o in legno (m 9,20 x m 6) e del quale è stata individuata la parte perimetrale, della fine dell’VIII sec. a.C. Esso venne inglobato in un tempio di fine VII-VI a.C.  m 16,20 x m 10,50 (smantellato già in antico), rappresentato dal rettangolo più grande. Sappiamo che la prima preoccupazione dei Greci, quando fondavano una città, era quella di sacralizzare il suolo; possiamo ritenere che questo tempietto rappresenti l’atto di fondazione della colonia. I risultati dello scavo di Giuseppe Voza hanno, dunque, egregiamente documentato la sacralità del luogo, coronando, inoltre, il sogno irrealizzato di Paolo Orsi: trovare l’edificio primo dell’acropoli, che già l’aveva individuato come il principale santuario della città.

 



 

 

 

 LA GROTTA DI ARTEMIDE A SCALA GRECA

 

Grotta di Artemide a Scala Greca, che nel suo relativo isolamento rappresenta una pagina della complessa  storia

 della Siracusa greca. In primo piano l’altare di pertinenza al luogo di culto.

 

 

La località di Scala Greca che rappresenta un punto nevralgico della città moderna, lo fu anche per la città greca. Le numerose carraie che solcano la roccia testimoniano il nodo stradale che da Siracusa si dipartiva per Megara Iblea, Lentini e Catania e che metteva in comunicazione col proasteion (piccolo abitato) sul porto del Trogilo (presso la Tonnara di Santa Panagia). Il borgo comprendeva una zona sacra e la  necropoli a nord. Lungo l’estrema propaggine  della balza rocciosa contigua a quella che era  la vecchia strada provinciale, e oggi visibile dalla statale 115 a sinistra per chi esce da Siracusa, si aprono alcune grotte. La prima fu oggetto di indagine archeologica da parte di Paolo Orsi nel 1900, che rivelò la sua frequentazione da parte dell’uomo a partire dal periodo greco (fine del V sec. a.C.)  sino all’età bizantina, medievale e oltre. La grotta è attraversata da un tratto di acquedotto greco con relativo pozzo di attacco, della fine del VI- inizi  del V secolo a.C., che serviva i quartieri di Tycha e Akradina. La presenza dell’acqua all’interno della grotta avrebbe potuto fare pensare ad un Ninfeo, ma così si esprime Paolo Orsi: nulla che accenni a tale culto fu colà rinvenuto e nulla di arcaico, anzi, singolare coincidenza, nulla del V secolo ma del IV e del III di guisa che sembra risultare la grotta abbia cominciato ad essere luogo di culto solo poco prima che l’acquedotto cessò di funzionare. Nel periodo classico la grotta fu, dunque, adibita a luogo di culto. Una conca sacrificale, le cui pareti interne presentavano tracce di bruciature si trova al centro dell’antro, e restituì frammenti di ossa combuste e di terrecotte votive. Davanti all’ingrottamento (in origine decorato da una cornice parte in pietra e parte in stucco ed arricchita con elementi scultorei fissi o mobili), vi è una panca lunga quasi 7 metri, dipinta in origine in rosso, utilizzata per l’esposizione delle offerte votive e vi sono alcuni sedili  per i fedeli che  qui avevano convegno per i sacri riti. Visibile, inoltre, un altare rettangolare (3,70 x 2,10 metri) che era  arricchito, nella sua parte elevata, da elementi scultorei in pietra calcarea come si evince dal rinvenimento di un frammento di ala e  da un altro di panneggio. Nonostante i saccheggi, Orsi  raccolse parecchie centinaia di  frammenti relativi a teste, maschere, parti di figurine in argilla e vasetti e ancora  frammenti che rappresentano asce, fiaccole, tronchi d’albero (talvolta palme), cani, leoni, pantere, lepri, cavalli, capre, maiali, grifi, uccelli  (IV-III sec. a.C.). Attraverso l’accurata analisi di queste terrecotte, Paolo Orsi identificò il culto e la divinità a cui fa riferimento la grotta di Scala Greca: Ed ormai il nome di Artemide e di Artemision apparirà  a tutti giustificato. A seconda degli attributi Artemide  è la dea della natura (con alberi) e il suo culto si effettua non solo nelle città, ma anche  in riva al mare, sulle montagne, presso le sorgenti e nei boschi dove, sugli alberi si appendevano le offerte votive; è protettrice dei campi, dell’agricoltura e dell’allevamento (cavallo, maiale…); è protettrice degli animali, con cervo, pantera, leone sul capo dei quali poggia la mano; è dea della caccia notturna (fiaccola) e diurna (cane, lancia, ascia..); è protettrice dei naviganti, con le barchette sulle spalle, dei viaggiatori e commercianti terrestri, dea della vita e della morte, della fertilità e dei parti,  è dea  della guerra.

 



 

 

 

                                                                            LA SAJA DELLA BELLA FEMMINA                                                               

 

Uno dei pozzi d'ispezione dell'acquedotto Galermi ubicato nei pressi di via Rosario Carta.
Visibile la copertura con lastroni a schiena d'asino sopra il  canale sottostante.

   Nel XIX secolo veniva chiamato Saja della Bella Femmina il famoso canale Galermi, realizzato dal  primo tiranno di Siracusa, Gelone, dopo la sconfitta inferta ai Cartaginesi ad Imera nel 480 a.C. Non conosciamo il nome originario dell’acquedotto (Galermi è di origine araba e significa buco d’acqua); vista la sua cronologia, stupisce ancora l’uomo contemporaneo per la sua grandiosità e si può considerare una delle opere idrauliche più imponenti del Mediterraneo che rivela l’intelligenza e la sagacia dei suoi realizzatori, che secondo la tradizione, si servirono anche del lavoro dei prigionieri cartaginesi. Sabotato durante l’assedio romano della città nel 212 a.C., verrà ripristinato soltanto nel 1579 ad opera del marchese di Sortino, Pietro Gaetani, il quale ne utilizzò le acque per far lavorare quattro mulini nel suo feudo,
ottenendo quindi il “diritto di macina”. L’acquedotto Galermi dopo diversi trasferimenti della proprietà e della gestione, prima al Demanio (1834), quindi all’Amministrazione Finanziaria (1886) ed infine alla Regione Siciliana (1968), è dal 2005 gestito dal Genio Civile. Potenziato durante il secolo scorso, tra gli anni ’20 e ’50, con opere idrauliche, il canale Galermi (lungo più di 25 chilometri) perviene alla frazione di Belvedere di Siracusa e termina al partitore terminale (edificio a due piani, destinato ad alloggi di servizio per due custodi) di contrada Teracati dal quale mediante due canalette ( Degli orti di Sopra e Degli Orti di Sotto), l’acqua viene utilizzata per uso irriguo. Tale edificio è ubicato nella parte finale della via Galermi, nel punto in cui si restringe a gomito. Ancora perfettamente funzionante, è il frutto del lavoro di martello e scalpello associato alla tecnica del calcinamento, cioè dell’accensione di fuochi che, scaldando la pietra calcarea, facilitavano l’escavazione soprattutto dei tratti in galleria; larga parte risulta scavata in trincea con copertura in lastroni di pietra calcarea. Il problema di mantenere il tracciato e le pendenze dalla presa sino alla vasca di distribuzione fu risolto con un sistema di pozzetti quadrangolari che furono scavati sino ad una profondità di m 30; posti a distanza regolare di c.ca 50 metri l’uno dall’altro permisero, in un primo momento, l’escavazione in profondità e l’asportazione del materiale di risulta e, in un secondo momento, l’accesso al canale per ispezionarlo ogni volta che ce ne fosse bisogno. L’Anapo con i suoi affluenti Bottigliera e Ciccio, alimenta il canale con circa 500 litri al secondo nei periodi di massima portata. L’opera di presa sul fiume Anapo si trova nella contrada  Fusco di Sortino. Venne inoltre creato un sistema di areazione per mezzo di finestrelle visibili esternamente lungo la parete rocciosa, per esempio, nel sito di Pantalica. Chi esplorasse il Galermi troverebbe spesso gallerie abbandonate, testimonianze di errori di direzione. I pozzi sono ancora visibili: per esempio in città, in via dell’Acquedotto, nei pressi di via Rosario Carta e nel Villaggio Miano, lungo il viale Epipoli. I colli dei pozzi furono cementati e coperti da lastroni in epoca moderna. Essi visualizzano il percorso in superficie di questo straordinario sistema idraulico, che rappresenta una ulteriore prova della varia ingegnosità dei 

 

 


 

 

                                                                          MAUSOLEO di AGATOCLE?

Hotel Panorama, locus sepolturae

 

 

Grazie a recenti opere di ristrutturazione dell’Hotel Panorama, ubicato nella via Grotticelle, oggi è stato reso fruibile un locus sepolturae che venne scoperto nel 1957 durante i lavori per l’allora costruendo albergo.
L’archeologo Vinicio Gentili mise in luce, dopo la rimozione di uno strato terroso di poco più di mezzo metro, una platea formata da blocchi di pietra calcarea di m 9,05 x m 8,45. Nella zona centrale due blocchi legati fra loro da grappe metalliche ed impermeabilizzati con opus signinum furono oggetto di ulteriore indagine: dopo la loro rimozione apparve una fossa scavata nella roccia (m 1,20 x m 0,70 e profonda m 0,50) entro la quale erano posizionate, l’una accanto all’altra, due urne cinerarie a cassetta di piombo con coperchio. La prima considerazione fu che la fossa, nell’originaria situazione, rimaneva nascosta sotto le fondamenta di un monumento il cui elevato era andato perduto e di cui la platea rinvenuta rappresentava l’ampio basamento. All’interno dell’urna più piccola, oltre alle ossa combuste, furono trovati frammenti fittili e resti di laminette, forse applicazioni della kline (letto funebre) che veniva posata sulla pira. Nell’urna di maggiori dimensioni, rettangolare, oltre alle ceneri, furono ritrovati, invece, due anelli d’oro di diversa grandezza, attualmente esposti nel Museo Archeologico Paolo Orsi (settore D, vetrina 319). L’anello più grande è d’oro massiccio con rubino nel castone sul quale sono incisi due pesci che nuotano verso sinistra, le cui squame sono rese con grande verosimiglianza e plasticità. Si tratta di un capolavoro di oreficeria, forse un sigillo, e il suo scopritore definì il suo artefice, il glyphèus (l’incisore) dei pesci.
Il più piccolo è di oro laminato e reca nel castone ovale una corniola con la faccia a vista piatta incisa con una testa virile volta a sinistra, i capelli cinti da diadema, rialzato al sommo del capo; una sorta di scettro in posizione obliqua è posizionato dietro il collo. In base al confronto con numerosi tipi monetali con ritratti di sovrani ellenistici (ad esempio di Alessandro Magno), la nostra testa sembrerebbe proprio quella di un dinasta e, dal momento che non vi si ravvisa nessuno dei monarchi del mondo ellenistico, Vinicio Gentili ritenne che rappresentasse un re di Siracusa. L’identikit venne risolto grazie alla datazione dell’anello - fine IV / prima metà III secolo a. C.-, che ben si addice a quel re il quale, come ci riferisce Diodoro, per primo assunse il titolo di basileus (re) a Siracusa: Agatocle ( regna dal 316 al 289 a. C.). Questa attribuzione sembra molto più vicina al vero di quella riferita ad Archimede, sostenuta da S. Ciancio nel 1965: se dobbiamo prestar fede alle parole di Cicerone, la tomba dell’illustre scienziato doveva essere improntata a grande semplicità. Il nostro sepolcro, invece, doveva configurarsi come un vero e proprio mausoleo ellenistico con solido basamento e uno sviluppo notevole sopra terra, grandioso segnacolo della tomba lungo la strada che, puntando a Nord, terminava all’ Hexapylon (scala Greca), come testimoniano le tracce di carraie ad esso vicine. Ai resti di un recinto fanno poi pensare alcuni buchi nella roccia per incassi lungo il margine della strada stessa. Se da un lato il nostro monumento trova confronti nella più tarda, ma più piccola, tomba di Terone ad Agrigento, dall’altro, meglio si potrebbe paragonare al famoso Mausoleo di Alicarnasso, una delle sette meraviglie del mondo. La grandiosità architettonica, unitamente alla decorazione scultorea di cui si sono trovati elementi, ci consente di qualificare il monumento come uno dei più rappresentativi della Siracusa ellenistica fortemente permeata da influenze orientali.

 



 

 

 

                                                                                           CASTELLO EURIALO                                                      
Castello Eurialo, fortezza greca del III sec. a.C.; E’ stata di recente aperta al pubblico una delle più lunghe gallerie, che corre in direzione nord-sud.

   

Degna di meraviglia più che il restante delle rovine di Siracusa è certamente l’antica fortezza Labdalo (…) E’ assai singolare che nessun viaggiatore abbia esaminato questo meraviglioso monumento. Né d’Orville, né i viaggiatori moderni, Brydone, Borch e Riedesel, il quale d’altronde è stato attento osservatore degli avanzi di antichità, ne fanno alcuna menzione. Swimburne vi passa vicino a cavallo, vede quei sotterranei degni almeno di esser veduti, ne parla pochissimo. Ugualmente lacunosi sono gli autori del Voyage Pittoresque de Sicile. Che io non abbia commesso come molti altri l’errore e non abbia perduto il piacere di vedere Labdalo…ne devo essere grato al mio amico Landolina. Houel ha tutto disegnato. I lettori potranno rilevare in lui rapportato tutto ciò che io in mancanza di conoscenze architettoniche ho imperfettamente descritto”. Con queste parole, nel 1775, il viaggiatore tedesco F. Munter esprimeva il suo rammarico per il “poco visitato” cosiddetto Castello Eurialo (Labdalon) che all’epoca non destava grande interesse. Oggi la situazione, in proporzione al tempo trascorso, non è poi migliorata di molto: la più importante fortezza greca d’Europa, con 15.000 mq. di superficie, realizzata in una posizione invidiabile che permette di apprezzare il territorio a trecentosessanta gradi, non è tra i siti archeologici fra i più visitati! Spesso la poca informazione su questo straordinario esempio della poliorcetica greca fa ritenere ai turisti di andare a visitare un castello appartenuto ad Eurialo e magari anche a Niso! Eurialo, dal greco euryalos – chiodo dalla larga testa, borchia -, sta ad indicare la conformazione del costone roccioso ove fu edificato. Ulteriore confusione s’ingenera quando la paternità è data all’intera costruzione al tiranno Dionigi, al quale, si deve invece la realizzazione del circuito murario di Siracusa (km. 27, V sec. a.C.) che precedono cronologicamente la fortezza. Una porta (cosiddetta a tenaglia, del IV sec. a.C.) raccorda il sistema difensivo murario all’Eurialo vero e proprio che, lungi dal somigliare ad un “castello” di tipo medievale si compone di 3 fossati molto profondi mai riempiti d’acqua, di torri, di un mastio, di un sistema di gallerie sotterranee, di cisterne, di magazzini. Il tutto risulta frutto di alta specializzazione tecnica che, nell’impiego di blocchi in pietra calcarea, mette in opera il bugnato nelle pareti a vista. Lo stile delle gronde leonine a coronamento delle torri, in origine alte m. 15 (esposte nel settore D del Museo archeologico), e le considerazioni generali sul complesso, lo fanno datare al età ieroniana (III sec. a. C.) e fanno ritenere possibile un intervento in fase progettuale del grande Archimede. Alcuni elementi, a nostro avviso poco spiegabili in chiave  militare, come il bugnato e il presunto ponte levatoio, consiglierebbero un attento esame dell’intera fortezza alla luce di dati materiali che ci auguriamo possano esserci forniti da prossime e necessarie indagini di scavo. A tal riguardo, considerando il riutilizzo in fasi successive (periodo bizantino) dell’ Eurialo, sarebbe interessante ricercare eventuali interventi del periodo federiciano, ritenendo che, difficilmente una simile posizione strategica, potesse essere sfuggita al grande imperatore svevo, il cui Castello Maniace si pone in linea d’aria direttamente in asse con  esso.

 

 

 

 


 

 

 

                                                                                                        SANTUARIO DELLE DIVINITA' ORIENTALI

 

Piccola cavea del teatro di pertinenza al Santuario. Le gradinate prossime al piano dell’orchestra vengono a trovarsi spesso immerse nell’acqua, tuttavia risultano discretamente conservate e presentano soltanto modeste sconnessioni e tracce di erosione e sfaldamento delle superficie dei blocchi calcarei. Alcuni sedili sono distaccati.

 

 

Lungo la moderna via Elorina di Siracusa è ubicato un sito archeologico poco visitato e poco conosciuto: si tratta del cosiddetto Ginnasio Romano, appellativo erroneamente attribuito quando venne scoperto per la prima volta, perché identificato con quello menzionato dalle fonti, esistente vicino all’agorà. Indagato e pubblicato dallo Schubring nel 1865, non ha ricevuto sino ad oggi l’attenzione e la divulgazione che merita. L’interesse per questa zona si è riaccesa, da parte dell’archeologia ufficiale, soltanto nella metà degli anni ’90 del XX secolo, grazie allo scavo condotto da Lorenzo Guzzardi nell’area prossima alla Piazza Stazione, ad ovest del complesso monumentale in esame. Nella parte più a sud di quest’area sono venuti alla luce un muro e resti del crollo di un tetto, datati al periodo tardo-romano; l’esistenza di una falda freatica non ha facilitato il lavoro né ha permesso ulteriori approfondimenti. Ampi tratti murari di ambienti probabilmente identificabili come magazzini, cronologicamente inquadrati nello stesso periodo, sono stati scoperti durante la stessa campagna di scavo. All’ingresso del cosiddetto Ginnasio Romano (identificato anche come Timoleonteon), da poco tempo, è comparsa una nuova tabella che ci informa che si tratta di "un piccolo teatro romano"; tale definizione non ci soddisfa appieno e ci sembra, anzi, che sminuisca tutto il complesso edilizio dal momento che il teatro, se di teatro si tratta, non è che uno degli elementi che lo compongono. L’ingresso attuale, nell’angolo sud, non è quello originario che doveva, invece, aprirsi lungo il versante est come il rinvenimento di un frontone marmoreo lascia supporre. Quello che il visitatore probabilmente non riesce subito a cogliere e che, entrando si è già all’interno di una corte oggi interessata da un manto erboso messo a prato, circondata da un quadriportico di cui, purtroppo rimane solo il tratto nord che si affacciava sull’antica elorine odòs (via Elorina), di cui rimangono tracce incassate tra il portico e un muro parallelo. I portici erano sopraelevati di m 1,80 e ognuno di essi misurava più di m 50. Una scala ne permetteva l’accesso. Si consiglia di portasi verso il lato ovest e quindi si perverrà in prossimità della parte superstite della cavea di un piccolo teatro del diametro di m 18,90. L’edificio era interamente costruito in artificiale per mezzo di blocchi di calcarenite locale bianca, rivestiti da lastre marmoree. Esso era composto in origine da 4 cunei; indivisa è la proedria, cioè i sedili riservati alle autorità. Si conservano solo 5 sedili della cavea inferiore. Un tratto dell’analemma (muro di contenimento), anch’esso in blocchi di calcarenite, insiste sul portico. Il piano dell’orchestra (in origine pavimentato con marmi policromi), si presenta costantemente colmo d’acqua, venendosi a trovare in una zona di depressione interessata anche dalla falda freatica già menzionata. L’edificio scenico si eleva su pianta rettangolare e di esso ci rimane solo la base. Era addossato alla parete nord-ovest del tempietto con cui, quindi, faceva corpo unico. La scaena frons (fronte-scena) doveva essere architettonicamente realizzata e fornita di un buon apparato scultoreo. Le maestranze locali dovettero lavorare in sinergia con altre di origine microasiatica, come l’impiego di marmi orientali, quali il proconnesio e i tasio, unitamente ai materiali locali, lascerebbe ragionevolmente supporre. La costruzione quadrata, su cui si addossa la scaena frons, è elevata su un podio ed è accessibile per mezzo di scale; viene interpretata come un tempio di tipo italico orientato est-ovest e contornato da colonne con capitelli corinzi, che sostenevano la trabeazione. Il Tempio di Iside a Pompei è il confronto più diretto. L’altare è posizionato pochi metri ad est, davanti al tempio. Singolare la presenza di un pozzo nel suo interno e un altro al di fuori del portico est. La datazione complessiva del complesso edilizio è compresa tra la fase ellenistica e quella romana (fine II sec. a.C./inizi I sec. a.C.- seconda metà del I d.C.). Allo stato attuale degli studi, non è possibile né interpretare, né immaginare l’originaria collocazione dei numerosi elementi architettonici e scultori erratici (frammenti di colonne, capitelli, mensole, cornici, sculture…), che sono adagiati qua e là nell’area archeologica messa a prato. Gli elementi di trabeazione, di architrave, del soffitto a cassettoni romboidali e rettangolari, potrebbero appartenere al tempietto.
Da questa breve descrizione si evince la particolare connotazione di questo complesso architettonico che, nella sua originaria strutturazione, era improntato a grande monumentalità e doveva lasciare stupito il visitatore che salendo dal piano di calpestio del percorso porticato, avrebbe potuto apprezzare il tempietto posto nella zona centrale e dotato di un apparato scultoreo non indifferente. Numerose sculture arricchivano e animavano i portici, come riportato dalle fonti antiche e documentato dal rinvenimento di alcune di esse (soprattutto durante gli scavi del 1864). Lungo il portico est, ad esempio, sono ancora visibili le basi di tre statue. Esposti nel vecchio museo nazionale, sottratti alla pubblica fruizione per tanti anni, tornano a fare bella mostra di sé nel settore D (inaugurato nel 2006) del Museo Archeologico regionale Paolo Orsi, due notevoli esempi della statuaria romana che provengono dal nostro monumento. Si tratta di una statua marmorea femminile di grandi dimensioni ( ), il cui volto rivela intenti ritrattistici e che forse aveva carattere funerario. E’ datata all’età flavia o traianea (I- II secolo). Poco distante, si può ammirare, un’altra statua marmorea, che rappresenta un magistrato romano: il suo equipaggiamento consiste della toga e, poggiata alla sua sinistra, una singolare capsa o scrinium, praticamente la valigetta porta-documenti dei nostri avvocati contemporanei. Si tratta di una valigetta con serratura rettangolare e con il manico costituito da una cinghia (età adrianea, 130-140 d.C.). Sappiamo da Cicerone che nel vestibolo antistante il tempio erano state posizionate statue del pretore Verre, successivamente asportate. Questa informazione coincide con la nota collocazione di statue di magistrati romani nei santuari dedicati al dio Se rapide. Sappiamo anche, da un’iscrizione dedicatoria, di un cittadino romano di nome Papinio, flamine di Serapide e Iside. Questo medesimo personaggio, cavaliere particolarmente facoltoso, è ricordato da Cicerone tra le vittime di Verre, che gli aveva sottratto l’emblema argenteo di un turibolo. Scartata ormai la sua identificazione come Ginnasio Romano (identificato in alcuni resti a Santa Panagia), come Timoleonteion (Diodoro Siculo ne indicava l’esistenza nel quartiere Tycha e non in Akradina), considerando gli elementi architettonici che lo compongono –tempio su podio, portico sopraelevato, teatro, tipici dei santuari legati a culti provenienti dall’Egitto e diffusi in Italia – si potrebbe accettare l’identificazione di un Santuario delle divinità orientali, come è stato supposto da più studiosi. Il problema più arduo è l’identificazione del culto che, più che alla dea Syria supportata soltanto da un’epigrafe in greco andata perduta e trascritta in latino di un erudito del XVIII secolo, ci sembrerebbe riferirsi al dio Serapide.
Cicerone, il quale com’è noto dimorò più volte a Siracusa fin dal 75 a.C. e ci lascia la più precisa descrizione antica della città, in un noto passo delle Verrine (lib. II, 66,160), ci attesta il culto di Serapide e cita l’esistenza di un Serapeum come di locus celeberrimus ac religiosissimus, non distante dal foro. Ci viene in soccorso la scoperta, non lontano, di una iscrizione con dedica a Serapide che ci rafforza la convinzione che sia questa la divinità cui è dedicato l’intero complesso. Numerosi rinvenimenti archeologici esposti nel Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi,ci attestano il culto di Serapide a Siracusa come, ad esempio, un fondo di coppa con medaglione a rilievo che raffigura il busto di Iside e Se rapide da Akradina (ex- Giardino Spagna) della fine III-inizi II sec. a.C.; una coppa frammentaria a vernice nera con medaglione a rilievo (anch’essa con busto di Iside e Serapide) dello stesso periodo (settore D, reperti n° 13 e n° 14, vetrina 318). E’ esposta nello stesso settore proveniente da Piazza Pancali, una copia romana in marmo pario con tracce di policromia, di un originale ellenistico di una statua di Serapide-Hades con Cerbero, del II secolo. Il dio si presenta stante e indossa l’himation (mantello) e probabilmente reggeva, con la destra lo scettro e con la sinistra portava al petto la cornucopia, non più in posto. Sulla testa c’è la traccia di attacco del modio, il tipico copricapo del dio. Cerbero, il cane dalle tre teste, sta ai suoi piedi. Rimangono discretamente conservate le teste di cane e di lupo, lacunosa invece quella di leone. L’introduzione di culti orientali a Siracusa in fase ellenistica che coincide con la datazione più antica del Santuario, la vicinanza al foro (solo 200 metri) sottolineata da Cicerone, la sua ubicazione lungo la via Elorina, asse viario importante di collegamento verso sud, sono indizi a favore di questa teoria che ci conferma l’importanza di Siracusa anche nella fase romana di età imperiale. Il quartiere Akradina, ove si trova il complesso in esame, ebbe lunga vita come testimoniato dagli edifici del periodo romano e tardo-romano, collocandosi in una zona a diretto contatto con le attività portuali e quindi economiche e commerciali. Il rinvenimento di strutture identificabili come magazzini ad ovest del Santuario delle divinità orientali, rappresenterebbe la tessera conclusiva di questo mosaico per lo più sconosciuto e che meriterebbe, invece, la massima divulgazione. Non pochi sono dunque, i problemi che pone questo "Santuario" e sarebbe d’obbligo intraprendere una ricerca archeologica per arrivare ad una loro soluzione.

 

 

L’etimologia del nome Serapide si fa risalire ad Osiride-Apis=Osirapis, Serapis. Divinità risultante da un sincretismo dell’egizio Osiride-Apis col greco Zeus-Hades e onorata particolarmente ad Alessandria. Le origini di questo culto, che appare come una delle più geniali creazioni politico-religiose dei primi Tolomei, sono incerte e affidate a notizie favolose e contraddittorie riferite dalle fonti antiche" (da E.A.A.). I dati di scavo permettono di attribuire a Tolomeo III (264-221) l’edificazione (o una ricostruzione?) del tempio dedicato al dio ad Alessandria. Il simulacro di Serapide sarebbe stato trasportato ad Alessandria , secondo alcuni da Sinope, secondo altri da Seleucia e, ancora, da Babilonia o da Menfi. Secondo un’altra versione, poi, la statua si trovava già a Rhakotis, il sobborgo di Alessandria, ove poi sorse il Serapeo, ai tempi di Alessandro. Il simulacro di Serapide, commissionato da Sesostris, sarebbe stato realizzato da Bryaxis, che avrebbe utilizzato ben sei metalli e tutte le pietre preziose d’Egitto unitamente alle ceneri di Osiride e Apis. Numerose rielaborazioni del tipo della statua, di età romana, sono custodite in vari musei del mondo, dal Cairo sino a Baltimora. Una lunga serie di opere cosiddette minori, come monete, pietre incise, cammei, rilievi, lampade, suppellettili, inoltre, ci possono fare risalire al tipo della statua originaria .

 

 

 


 

 

 

  IL COLOSSEO DI SIRACUSA

Anfiteatro di Siracusa, denominato colosseo ed anche fossa dei granati (melograni) sino agli inizi del XX secolo. Poteva ospitare 15.000 spettatori ed è datato al I secolo, con ampliamenti e rifacimenti sino al III/IV secolo. La sua maestosità conferma una fase romana della città sicuramente più importante di quanto non si sia soliti considerarla.

Lanfiteatro di Siracusa, denominato sino agli inizi del XX secolo fossa dei granati (per le probabili colture di melograni) ed anche colosseo, come il ben più famoso di Roma, è il più grande di Sicilia ed uno dei più grandi del mondo romano, ma è allo stesso tempo uno dei più sconosciuti. Stupore e meraviglia colgono il visitatore straniero ed italiano nell’apprendere che la sua cavea è stata in parte scalpellata nella roccia e in parte costruita su terrapieno, nonché costruita in artificiale raggiungendo un’altezza di 30 metri dalla quota dell’arena. A causa delle despoliazioni operate dagli spagnoli a partire dal XVI secolo a beneficio dell’elevazione delle mura ortigiane (antico sistema di “riciclaggio”), oggi ci rimane molto meno della metà dell’edificio che, con gallerie coperte, rampe, corridoio a cielo aperto (diazoma) e spiazzi antistanti agli ingressi, ci fornisce l’idea di uno straordinario anfiteatro che aveva in origine una capienza di 15.000 spettatori. Ed era anche provvisto di telone di copertura (velarium) sulla cavea, come indizi archeologici lasciano supporre. Gli spettatori venivano invogliati ad andare ad assistere ai “giochi”, con volantini che  pubblicizzavano l’esistenza di questo dispositivo. L’elìte romana di Siracusa prendeva posto nei sedili marmorei collocati prossimi all’arena, come provato dalle iscrizioni che recano i  nomi di numerose famiglie nobiliari: posti riservati a vita! I cavalli potevano intanto rifocillarsi nell’abbeveratoio ubicato nell’ippoparco all’ingresso principale a sud (oggi lungo il viale Paolo Orsi), vero e proprio parcheggio per carrozze e relative “forze motrici”, in attesa della fine dei giochi. I gladiatori deambulavano nella galleria che corre sotto i posti vip e accedevano all’arena dalle aperture lungo il parapetto (vomitoria). La sabbia (in latino arena), che dà il nome alla pista da combattimento, veniva messa abbondantemente per assorbire il sangue sia dei lottatori che degli animali durante le cacce. La grande botola al centro era coperta da un impiantito di legno semovente che, sollevato all’occorrenza, faceva balzare improvvisamente gli animali di fronte ai cacciatori! La folla andava in visibilio e sappiamo che l’atmosfera poteva surriscaldarsi a tal punto fino a degenerare in vera e propria guerriglia come raccontato dall’annalista romano Tacito. Nell’anno 59, nocerini e pompeiani si ritrovarono come spettatori all’anfiteatro di Pompei. L’episodio è rappresentato nell’affresco che, proveniente dalla Casa del Gladiatore di Pompei, è esposto al museo di Napoli (vedi articolo successivo).

 

 

 

 

 

 

anfiteatro pompeii  ALLO STADIO OGGI COME ALL'ANFITEATRO IERI
Affresco dalla Casa del Gladiatore di Pompei, Museo archeologico di Napoli.

 

 

Anno 59d.C. anfiteatro di Pompei Nocerini e Pompeiani si ritrovano insieme per assistere ai ludi,come dire il derby. Prima ancora che inizino i combattimenti nell’arena, l’atmosfera tra gli spettatori comincia a scaldarsi e, in un crescendo di ingiurie, lanci di sassi e, infine, ricorso alle armi, la situazione degenera in una vera e propria guerriglia! Cronista dell’epoca l’annalista romano Tacito, il quale negli Annali (XIV,17), riporta su carta gli episodi salienti e l’epilogo di questa ben nota vicenda romana. "Fotografo"abile e professionalmente rigoroso, un pittore rimasto anonimo, il quale rappresenta a fresco l’episodio di Pompei su una parete della Casa del Gladiatore di quella città. Tale prezioso documento si trova attualmente esposto nel Museo Archeologico di Napoli.Ma riportiamo fedelmente il testo di Tacito: "In quell’epoca si ebbe un fiero massacro tra Pompeiani e Nocerini, originato da una futile causa in occasione di ludi gladiatori banditi da quel Levineio Regolo, che ho già ricordato espulso dal Senato. Dapprima si scambiarono ingiurie con l’isolenza tipica dei provinciali, poi passarono alle sassate, alla fine ricorsero alle armi, prevalendo i cittadini di Pompei, presso i quali si dava lo spettacolo. Furono perciò riportati a casa molti di quelli di Nocera col corpo mutilato per ferite e, in quella città parecchi fra i cittadini piansero la morte dei figli e dei genitori. Il principe (Nerone) deferì al Senato il giudizio su questo fatto, il senato lo affidò ai consoli, poi, quando la faccenda passò di nuovo al Senato, fu deliberato di vietare ai cittadini di Pompei per dieci anni simili pubbliche riunioni: fu poi ordinato lo scioglimento di quelle associazioni che si erano costituite contrariamente alle disposizioni di legge. Livineo e coloro che avevano provocato il tumulto furono condannati all’esilio". Dopo ben duemila anni storie come questa si ripetono ogni domenica nei nostri stadi di calcio a causa di "tifoserie" che, purtroppo, con lo sport nulla hanno a che vedere come i recentissimi episodi accaduti a Roma tristemente ci confermano.
Se una giustificazione potremmo dare noi uomini del III millennio ai fatti di Pompei nella considerazione che si trattava di spettatori che andavano ad assistere a giochi cruenti, ma che per esempio per Plinio il Giovane avevano una valenza educativa perché insegnavano ad essere coraggiosi e sprezzanti del dolore, in maniera categorica non possiamo darne ai fatti contemporanei dei nostri stadi, ove lo spettacolo lungi da avere una matrice violenta è esclusivamente informato al puro principio dello sport con tutte le accezioni più positive che questo termine implica. E se, da questo punto di vista i colossei romani non ci sono d’esempio, lo sono invece i provvedimenti presi da quelle "commissioni sportive" composte da senatori e consoli, che si rivelarono sagge e quanto mai determinante, non solo con la "squalifica" per dieci anni del "campo"(con conseguenti enormi danni per il munerarius (finanziatore dei giochi), lo scioglimento di quelle associazioni che si erano costituite contrariamente alle disposizioni di legge, ma addirittura condannando all’esilio quel "Livineio e coloro che avevano provocato il tumulto"! 

 

 

 

 


 

 

 

dsc02832_(640_x_480)  MUSEO ARCHEOLOGICO REGIONALE "PAOLO ORSI"

Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi  in via Teocrito, interno. Il primo museo di Siracusa può essere considerato quello sistemato alla fine del XVIII secolo in un ambiente del Palazzo Arcivescovile. Nel 1811 questa piccola collezione darà vita al Museo Civico che diventerà Nazionale nel 1878 ed ufficialmente inaugurato l’11 aprile del 1886. L’attuale  Museo Regionale fu iniziato nel 1967 ed  inaugurato il 16 gennaio del 1988.

 

 

Il Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi della nostra città è uno dei più importanti d’Europa. Inaugurato il 16 gennaio 1988,  sostituisce il glorioso Museo Nazionale istituito nell’ex convento Fatebenefratelli in piazza Duomo (oggi sede della Sovrintendenza).La nuova struttura museale è stata realizzata dall’architetto Franco Minissi di Roma ( per complessivi 12.000 mq tra seminterrato e piani sopraterra), nel pieno rispetto delle preesistenze arboree del Parco di Villa Landolina, alcune delle quali sono state risparmiate dei patii interni. L’esistenza di ipogei cristiani e pagani nell’ambito del parco stesso, nonché delle tombe del poeta Von Platen, degli ufficiali inglesi morti durante la guerra napoleonica nonché degli americani caduti nella spedizione costro il Bey di Tunisi nel 1834, non fanno che accrescere l’importanza del luogo scelto per la sua edificazione.
Doverosamente intitolato all’archeologo roveretano Paolo Orsi, il quale dedicò la sua lunga ed infaticabile carriera alla scoperta e allo studio delle fasi  preistoriche e storiche della Sicilia, il Museo Regionale si impone come pietra miliare nel settore specifico dell’arrangiamento museografico per il rigore scientifico con cui  sono stati esposti i reperti archeologici. Tutti i materiali sono stati ristudiati ed integrati con quelli provenienti dalle recenti indagini archeologiche al fine di offrire al visitatore una realtà quanto più possibile aggiornata e completa.L’ininterrotta sequenza dei contenitori espositivi ancorati alle pareti perimetrali dell’edificio, ci conduce per mano attraverso le fasi precedenti alla frequentazione umana del nostro territorio e successive, a partire dal periodo paleolitico superiore. Quasi una macchina del tempo, ci permette di comprendere per ogni sito tutte le fasi in esso attestate attraverso la visione della ceramica, dal frammento più antico sino a quello più recente! Un museo topografico che consente anche approfondimenti  e riflessioni per mezzo dei materiali esposti nelle vetrine di formato diverso collocate nei pressi di quelle a nastro. Corredato di foto aeree e satellitari, di planimetrie e plastici lungo un percorso illuminato quasi esclusivamente da luce artificiale, esso si rivela ottimo strumento didattico. Per una immediata lettura i reperti sono collocati su basi realizzate in materiali trasparenti.
Attorno ad un ambiente circolare utilizzato per mostre temporanee, si articolano i tre settori (A, B, C) del primo piano espositivo che trovano, da poco più di un anno, il completamento nel piano superiore (settore D). Nel seminterrato, oltre ad una sala per conferenze, vi sono i laboratori di restauro e fotografico ed alcuni depositi.

 

 

 

 


 

 

paolo orsi  PAOLO ORSI  “A SIRACUSA ANDAVA DEBITORE DELLA SUA GLORIA”

 

Paolo Orsi nella stanza del Museo che guarda alla Marina intento nei suoi studi e nella qual e andava ancora da pensionato.

 

 

Il Museo Archeologico di Siracusa è intitolato ad un personaggio paradigmatico dell’ archeologia, Paolo Orsi. Nativo di Rovereto (1859-1935), vi trascorse la sua gioventù e alla passione per la preistoria, unì quella del vivere all’aperto. Percorrendo a piedi le valli del Trentino si allenò ad una sorta di sport-archeologico potenziando forza fisica e spirito di sacrificio. La laurea in Storia Antica e Archeologia, la Scuola di Archeologia, di Paleontologia, non sono che alcuni dei titoli del suo strepitoso curriculum. Avendo più di 300 pubblicazioni al suo attivo vinse il Premio di Archeologia dell'Accademia dei Lincei. Fu Sovrintendente agli Scavi in Calabria. Ma la sua vita fu segnata dal trasferimento a Siracusa nel 1888 per prendere servizio come Ispettore degli Scavi e dei Musei. Una stanza dell’Hotel Roma, arredata da un tavolo, un letto e due sedie fu il suo rifugio per i 47 anni trascorsi in quella Siracusa alla quale "andava debitore della sua gloria" come egli stesso ebbe a dichiarare. Ma la sua vera casa era il museo, che arricchì con i materiali riportati in luce. Indossando il suo mantello nero e il cappello a falde larghe, sprezzante dei pericoli, non si sottraeva a soste anche di venti giorni, riparandosi nelle grotte, cibandosi di pane duro con cipolla e salame come fece a Pantalica. Accompagnato dal disegnatore Rosario Carta, perlustrò tutto il territorio. Le tombe dei Sicani e dei Siculi, svelavano agli occhi attenti di Orsi nuovi orizzonti, e di quelle culture ne intuì l’origine e lo sviluppo. Le sue ricerche misero in luce reperti di tutte le epoche storiche. Rigoroso nel metodo, puntiglioso nell’inventario e nel restauro, andava annotando tutto nei suoi “Taccuini” e, avendo un grande senso della divulgazione, pubblicò quasi tutte le sue scoperte, pregio questo che non si riscontra nella maggior parte degli archeologi contemporanei. “Non  mi sento più in grado di sostenere le fatiche di un tempo. Il medico dice che con un severo regime posso campare fino a 95 anni! Ma toltami la vita della campagna e dell’aria aperta, mi pare di deperire ogni giorno”. Così scriveva Orsi, ormai anziano e malato. E quel giorno di maggio del 1935 sotto la pensilina della Stazione Marittima c’erano tutti, collaboratori e amici: lo aspettavano per salutarlo Rosario Carta, Giuseppe Cultrera, Giuseppe Agnello, Sebastiano Agati e Enrico Arias, il quale malinconicamente lo descrive: “Avanzava a passi lenti, col bastone e le pantofole grandi in cui i piedi che avevano tanto camminato su e giù per il Trentino e la Sicilia e la Calabria non riuscivano quasi a stare più”. Giuseppe d’Amico, il restauratore che lo accompagnerà a Rovereto, riferirà come Orsi andava nominando i luoghi che vedeva dal finestrino del treno per Roma, i luoghi di quella Sicilia che tanto aveva amato e che non avrebbe mai più rivisto.

 

 

 

 


 

 

 

 

    NAISKOI
Latomia del Paradiso -  Incavi lungo la parete rocciosa che accoglievano rilievi in pietra calcarea o marmo con raffigurazioni
 relative al culto degli antenati (III sec. a. C.).

 

 

Una delle caratteristiche che attira l’attenzione della maggior parte dei visitatori del parco archeologico di Siracusa è costituita dalla lunga serie di incavi, perlopiù quadrangolari, che interessano le pareti rocciose delle latomie e delle strade greche. I Greci, nel III secolo a.C., vi collocavano altorilievi o bassorilievi in pietra calcarea con rappresentazioni relative al culto dei defunti eroizzati. Tracce superstiti di intonaco fanno pensare anche a dipinti realizzati direttamente nelle nicchie. Si tratta di un’espressione artistica di tipo funerario che nasce nella prima età ellenistica parallelamente alla diffusione  di culti privati che avevano già trovato espressione nei piccoli edifici sacri, detti naiskoi, della Grecia già alla fine del IV secolo a. C., legate alle nuove forme di eroizzare il defunto. Se nell’età arcaico-classica l’elemento di distinzione dei ceti sociali emergenti era affidata agli oggetti che componevano il corredo funebre, nell’età ellenistica esso viene affidato all’autorappresentazione, al fine di perpetuare il ricordo di sé. Viene affidato ai figli il compito di ricordare i padri e di rendere grande la fama degli antenati. Nasce, quindi, questa nuova forma artistica della quale, purtroppo, a causa delle despoliazioni avvenute nei secoli, non possiamo più cogliere l’originaria sacralità. Delle centinaia di rilievi votivi in pietra calcarea o in marmo che erano incastonati nelle nicchie  ci rimangono pochi esemplari esposti nel  Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi  (settore D): due cavalieri erotizzati, di cui uno al galoppo, un altro cavaliere con scudiero e giovane che gli porge le armi e un defunto erotizzato degli inizi del III sec., a.C..Vere pinacoteche a cielo aperto che fiancheggiavano strade spesso con carattere funerario come la cosiddetta via dei sepolcri che, superato l’angolo nord-ovest della terrazza del teatro greco, con un percorso incassato nella roccia per 150 metri, conduceva ad una delle necropoli siracusane. Lungo questa via rimane visibile, perché direttamente scalpellata nella parete rocciosa settentrionale, la raffigurazione dei Dioscuri a cavallo e Trittolemo sul carro.

 


 

 

                       

 

 

13a  il codice segreto di archimedeIL CODICE SEGRETO di ARCHIMEDE
Ch
issà se il filologo danese Ludvig Heiberg gridò per le strade di Istambul “Eureka! Eureka! Ho trovato”, quando nel 1906 rinvenne i Trattati di Archimede, sulle cui tracce era da tempo! La più antica (X secolo) trascrizione in lingua greca di sette opere del grande matematico, scienziato e inventore siracusano veniva alla luce nella Chiesa del S. Sepolcro di Costantinopoli. Si trattava di un codice di inestimabile valore che, custodito nella Biblioteca di quella città, nel XIV secolo era stato riutilizzato da un amanuense come ”Libro di preghiere’”. Non solo tagliò le pagine, ma le staccò dalla originaria rilegatura lignea e cercò di cancellare il testo con succo di limone. Salmi, preghiere e anche esorcismi furono riscritti sulle parole e diagrammi di Archimede. Fortuna volle che l’inchiostro originario fosse in buona parte refrattario all’acido citrico. Il “Palinsesto” venne poi rubato per riapparire a Parigi negli anni ’30 del XX secolo in mano a collezionisti. Il 29 ottobre 1998 il "New York Times" riportò in prima pagina la notizia
che un facoltoso americano lo aveva acquistato per due milioni di dollari alla Casa d’Aste Christie’s e consegnato agli esperti del Walter Art Museum di Baltimora. Dopo un accurato check-up per mezzo di macchine fotografiche digitali, di raggi ultravioletti e infrarossi e persino dell’acceleratore nucleare dell’Un. di Stanford, al fine di individuare le più recondite tracce di inchiostro antico e procedere alla decifrazione, il “paziente”, danneggiato anche da muffe persistenti, è entrato in sala operatoria e con bisturi, pinzette e solventi è stato sottoposto a intervento di ripulitura. Reviel Netz che ha studiato in particolare il “Trattato sul metodo”, ritiene che il nostro concittadino avesse enucleato un concetto di infinito vicinissimo a quello della matematica moderna. Nel palinsesto è incluso anche il famoso “Stomachion” nel quale, com’è noto, Archimede aveva posto le basi del calcolo combinatorio, settore della matematica sviluppatosi solo nel XX secolo con l’aiuto dei PC. Supervalutazioni?  Sembrerebbe di no a detta di vari matematici come L. Russo. E così riemerge dai laboratori più sofisticati il “quaderno di appunti” del genio della matematica e della fisica di tutti i tempi, colui il quale aveva determinato il valore del “pi greco”, dimostrato che la Terra è rotonda, studiato l’idrodinamica dei corpi e inventato macchine di vario tipo, colui il quale aveva sostenuto che “con un punto d’appoggio avrebbe sollevato il mondo”! E della sua vita, ironia della sorte, sappiamo pochissimo: città di nascita e anno della morte. Nel 212 a.C. tra favola e realtà viene ucciso da un soldato romano durante l’assedio di Marcello. Da sempre gli archeologi sono alla ricerca del simbolo perduto inciso su una tomba -  un cilindro con all’interno una sfera di pari raggio –, quella di Archimede.

 

 

 

 


 


 

 

  

SIRACUSA EBRAICA
 Miqweh, via Alagona.


Occorre purtroppo rilevare, ancora una volta, l’opera di rimozione storiografica che ha sempre caratterizzato che vicende degli ebrei, come minoranza. Oggi siamo convinti più che mai che le comunità ebraiche siciliane hanno contribuito con la loro specificità in modo non indifferente allo sviluppo delle città della Sicilia medievale
(Scandagliato e Mulè)

 

Siracusa, città straordinariamente importante, che racconta la storia millenaria della Sicilia senza soluzione di continuità dalla preistoria sino ad oggi, ha sempre avuto un ruolo di prima donna per il periodo classico, ma grazie a recenti acquisizioni di carattere documentario, archeologico ed epigrafico, si impone anche per periodi storici diversi, come quello genericamente inteso “medievale”. Se in passato studiosi appassionati avevano già evidenziato il suo ruolo primario anche per il periodo cristiano-bizantino, oggi Siracusa può essere  definita, nello stesso ambito cronologico, la città della Sicilia seconda solo a Palermo per l’esistenza di una comunità ebraica che, nel medioevo, comprendeva almeno 3000 persone. Storici ed annalisti locali (Capodieci, Privitera…) hanno sempre citato l’esistenza  a Siracusa degli ebrei, della sinagoga e di bagni rituali. Tra la fine del XIX  e gli inizi del XX secolo, le  ricerche archeologiche di Paolo Orsi nell’ambito dei complessi catacombali, degli ipogei nonchè dei coemeteria sub divo oltre a far luce sulle fasi paleocristiane e cristiane evidenziarono l’esistenza di una comunità ebraica coeva. Con ogni probabilità gli ebrei si stanziarono in un primo momento nel quartiere di Akradina presso le grotte Pelopie (da antro- opi e nero – pelos) come si evince dall’ Encomio di San Marciano (VII secolo) identificabili con la balza Akradina. In questo quartiere Orsi studiò gli ipogei ebraici dei Cappuccini e rinvenne numerosi manufatti come lucerne, stele sepolcrali, epigrafi con manifesta simbologia ebraica databili già al III-IV secolo. Nell’ Encomio  si racconta anche che San Marciano abitò nelle spelonche “di fronte all’empia sinagoga dei giudei la quale si trova a mezzogiorno delle stesse spelonche verso il mare”; se  a questa informazione si aggiunge il rinvenimento del “cimitero degli ebrei” nel sito del porto Piccolo si può ben pensare che esistesse una comunità ebraica in essere in Akradina che nel VII secolo chiese l’autorizzazione a  trasferirsi nella città munita, cioè in Ortigia. La sinagoga di Akradina non è mai stata ritrovata, ma se, come normalmente avvenne, dopo il 1492 - data dell’espulsione degli ebrei -  i cristiani le trasformarono in chiese, essa potrebbe ricercarsi nell’ambito delle strutture chiesastiche ricadenti tra il quartiere di San Giovanni e quello dei  Cappuccini. Lancia di Brolo ritiene che la sinagoga di Akradina venne distrutta durante le incursioni arabe nel 651-652.Come semplice deduzione logica, stando alle parole dell’Encomio, più che nella chiesa di San Giovanni alle Catacombe, come molti studiosi ritengono (ad esempio Caldarella e Gryman), essa sarebbe forse meglio da ricercarsi nell’ambito della missione spagnola dei Cappuccini dal momento che il complesso di San Giovanni è, sin dalle sue origini, legata esclusivamente al cristianesimo e, in modo specifico al culto di San Marciano, protovescovo siracusano. Nessun dubbio, invece, sull’ubicazione del quartiere della Giudecca (chiamato Rabato, cioè sobborgo, rispetto al quartiere del Duomo) in Ortigia: esso si venne ad organizzare  lungo la parte orientale dell’isoletta e, fatto assolutamente importante da punto di vista topografico ed urbanistico antico, ricalcò esattamente l’andamento per strigas dell’impianto greco mantenutosi sino ad oggi pressochè inalterato. Grazie ai recenti studi di  Angela Scandagliato, Nuccio Mulè e Cesare Colafemmina, oggi si è in grado di ricostruire non solo l’organizzazione urbanistica della Giudecca di Siracusa con le sue varie funzioni religiose ed economico-commerciali comprensive di baglio, ospedale, macello, fornace per la ceramica (scutelleria),  trappeto, pescheria, bagni rituali e sinagoga, ma anche  la toponomastica che  venne però rapidamente cambiata dopo il 1492 (ad esempio l’attuale via del Crocefisso, chiamata così per la collocazione di un crocefisso era la via Davide Sigilmes).

 

    Non esiste giudecca senza sinagoga e bagno rituale (miqweh): a Siracusa questo complesso ebraico veniva identificato con la chiesa di San Filippo l’Apostolo. Ma questa chiesa non è mai, purtroppo, stata oggetto di indagini sistematiche archeologiche ed archivistiche; eppure essa si caratterizza per la sua complessità e grandiosità che non si evidenziano solo nel soprasuolo ma anche nel sottosuolo essendo stata edificata sopra un’antica latomia greca che, in epoche successive  è diventata oggetto di trasformazioni, aggiunte e riutilizzi (ultimo quello di rifugio antiaereo durante le guerre). Anche questa parte ipogeica (comprensiva  di cripta) non è stata mai scientificamente indagata ed era nota solo per la citazione di storici locali come il Logoteta, il Capodieci e il Privitera i quali, indicando l’esistenza di un singolare pozzo, lo identificavano come bagno di purificazione ebraico legato alla sovrastante sinagoga successivamente chiesa di San Filippo l’Apostolo.  Questo binomio Sinagoga - chiesa di San Filippo è stata quasi passivamente sempre accettata dagli studiosi (Giansiracusa, Pagnano, C. Voza), da quando Brian de Breffny identificò il pozzo come miqweh (in The sinagoghe, 1978) etc; in ambito cristiano  il pozzo  si connoterebbe meglio come primitivo battistero). Nel Liber Privilegiorum (Capodieci, Privitera) vi è un regolamento municipale del 1474 che indica l’ordine da seguire nelle processioni dove non viene menzionata la chiesa di San Giovanni Battista, ma viene inserita la chiesa di San Filippo (ovviamente quella con il titolo di Apostolo perchè quella intitolata a Neri è del 1652), attestandone l’esistenza nel XV secolo. Di recente acquisizione (Trigilia) l’informazione tratta da due documenti d’archivio dell’inizio dei lavori di ricostruzione  dopo il terremoto del 1693 della chiesa di San Filippo nel 1706 e non nel 1742. Non deve stupire l’esistenza di una chiesa cristiana nell’ambito della Giudecca, anzi , essa si pone insieme alla chiesa di San Francesco e di San Domenico come uno dei baluardi oltre i quali gli ebrei non potevano estendersi nel periodo medievale. La teoria della trasformazione da sinagoga a chiesa di San Filippo è stata smentita in base a due importantissime acquisizioni, una di carattere archeologico e l’altra di carattere documentario.  La prima è un’iscrizione ebraica incisa su di un concio  collocato nella parte alta dell’abside della chiesa di San Giovanni Battista che non si trova, ovviamente, nella collocazione originaria, ma che venne reimpiegato nella ricostruzione della chiesa dopo il terremoto del 1542. L’epigrafe, edita, trascritta e tradotta da Moshe Ben-Simon così recita: “...alla sinagoga di Siracusa /... fondata con giustizia e fede”. Essa è stata integrata da Cesare Colafemmina dal momento che si presenta mutila nella parte iniziale: “[questo è l’ingresso ] alla sinagoga di Siracusa. [Sia essa costruita e] consolidata nella giustizia e verità”.
La seconda è un atto notarile stipulato presso il notaio Vallone del 22 gennaio 1496 di eccezionale valore ai fini della identificazione della sinagoga perché nel testo, relativo ad una contratto di matrimonio, viene detto in forma esplicita che nella dote è inclusa una casa che “si trova nella giudecca, nella ruga chiamata della plaza vecha e precisamente nel vicolo dietro la chiesa de presenti dedicata a S. Giovanni Battista che prima era la meschita dei giudei”.  Il Capodieci cita inoltre una Ruga della meschita judeorum:  “Meschita era il nome con cui venivano chiamate le sinagoghe siciliane dopo la cacciata dei musulmani nel XII secolo, quando le moschee vere e proprie non esistevano più e molte di esse  venivano trasformate in sinagoghe” (D. Cassuto). Nella memoria collettiva dei siracusani era rimasto il ricordo dell’esistenza di una sinagoga che oggi si può con sicurezza far coincidere con la chiesa comunemente detta di San Giovannello, alla quale si collega il miqweh di Casa Bianca (oggi propietà della signora A. Danieli). Probabilmente abbandonato dagli ebrei dopo il 1492, venne scoperto alla fine del XVIII secolo e descritto ad esempio dal Logoteta nel 1786, dal Capodieci nel 1806 e dal Privitera nel 1879. Cadde poi nell’oblio sino alla riscoperta da parte della signora Danieli. Si tratta di un vano ipogeico ricavato nel vivo della roccia a oltre 10 metri di profondità rispetto al suolo di calpestio servita da una scala rettilinea di 52 gradini  a 3 rampe  con copertura a botte; lungo le pareti del vano scala sono visibili gli incavi ove si collocavano le torce per l’illuminazione. Al termine della scala venne ricavata una vaschetta lavapiedi della misura dell’ultimo gradino di recente messa a nudo: l’acqua che vi affiora proviene dalla stessa falda che alimenta le vasche rituali. La vaschetta rappresenta il primo atto del complesso rituale di purificazione seguito dai frequentatori del bagno. La sala ipogeica è di forma quadrata (m 5 per lato) con volta a crociera supportata da quattro pilastri  risparmiati nella roccia che supportano anche le volte a botte che rappresentano la copertura dei corridoi che corrono lungo il perimetro della stanza. Lungo le pareti sono visibili i sedili. La volta a crociera sovrasta per un’altezza di m 2,23 tre vasche disposte a trifoglio, ma il progetto originario prevedeva l’escavazione di una quarta vasca, lavoro che non fu mai portato a compimento per motivi al momento sconosciuti. Sul piano di calpestio, rivestito di cocciopesto, le vasche sono state scavate ad una  profondità di  c.ca m 1,40 -  con una capacità di 250 litri - e sono munite di 6 gradini che facilitavano l’immersione. Altre due vasche precedute da corridoi, furono ricavate forse successivamente in due recessi laterali – ad oriente ed occidente - per garantire un bagno in totale privacy; il lavoro per realizzare un terzo ambiente, venne interrotto perchè fu intercettato un pozzo greco probabilmente ancora in uso. Prossima alla scala una vasca circolare nella quale dall’alto, attraverso un pozzo scavato per la profondità necessaria, gli ebrei potevano calare le stoviglie che, qualora acquistate dai gentili, dovevano essere purificate per immersione. Condizione imprescindibile per un miqweh è che esso “deve essere costruito nel terreno o costituire parte integrante di esso, non può essere un recipiente mobile, nè può contenere acqua trasportata ma solo acqua che fluisce da una sorgente e si raccoglie o acqua di fiume che è a sua volta alimentata da una sorgente, o acqua piovana che deve raccogliersi naturalmente senza attraversare tubi di metallo o altro materiale come creta o legno che potrebbero rendere l’acqua impura, tranne che la conduttura non sia da considerare parte integrante del terreno” (Scandagliato- Mulè). Il nostro bagno risponde perfettamente a tutti questi requisiti essendo stato realizzato ove c’erano preesistenze di carattere idraulico del periodo greco che già attingevano ad una delle tante falde freatiche di Ortigia. Data la perfezione tecnica del manufatto è indubbio che esso nasca da un progetto ben definito e la datazione al periodo bizantino, VII secolo, lo pone tra uno dei più antichi d’Europa.       Un’indagine attenta sui segni lasciati lungo le pareti dal lavoro dei  lapicidi, potrebbe dirci di più non solo sugli strumenti impiegati ma anche sulle maestranze che vi lavorarono.      Ci si auspica un ulteriore indagine archeologica del miqweh che potrebbe portare in luce parti ancora inesplorate; essa dovrebbe rigorosamente essere estesa alla chiesa di San Giovannello che architettonicamente ci riporta alla fase medievale, cosa che, cronologicamente non si accorda con la datazione recenziore del bagno ebraico di sua pertinenza. Avremmo un vuoto cronologico di parecchie centinaia di anni. Senza trarre conclusioni da argumenta ex silentio sarebbe comunque logico ipotizzare una ancora non rinvenuta fase bizantina della sinagoga escludendo forse, l’esistenza di due sinagoghe di fasi diverse; peraltro la presunta paleocristianità della chiesa di San Giovanni l’Apostolo, espressa dagli storici locali, potrebbe rientrare in quell’opera di rimozione storiografica che ha sempre caratterizzato le vicende degli ebrei e nascondere quindi la notizia della fase più antica della sinagoga.

 

 

Il bagno di  purificazione nella religione ebraica rivestiva una funzione determinante ai fini della procreazione che, intesa come atto “divino”, richiedeva la donna libera dalle impurità derivanti dal ciclo mestruale” ( G. Bongiorno). Esso   poteva essere effettuato ogni qualvolta lo si desiderasse e non solo dalle donne. “La donna deve bagnarsi completamente nuda con una immersione verticale, tenendo le braccia lontano dal corpo immergendo per qualche secondo completamente nell’acqua anche i capelli [..] Chi si converte all’ebraismo, se maschio, deve prima essere circonciso e poi immerso nel bagno, se donna deve solo praticare il rituale dell’immersione. Essa comporta un cambiamento di status e deve essere compiuta come atto comunitario che coinvolge i componenti di una corte rabbinica” (Scandagliato, Mulè).

 

[
 Questo è l’ingresso] alla sinagoga di Siracusa.[Sia essa costruita e]  consolidata nella giustizia e verità.

 Essa proveniva probabilmente dalla Porta Piccola della Sinagoga posta a mezzogiorno.
 L’iscrizione è incisa su un concio di arenaria frammentato di cm 22 x 39, disposta su due righe
 e mancante della parte iniziale. Il concio fu collocato capovolto durante la ricostruzione avvenuto dopo il sisma del 1542.

 

                                           

          Per un itinerario ebraico di Ortigia
che idealmente rivisiti i due percorsi alla sinagoga, si  può  partire dal n° civico 52 (Casa Bianca) di via Alagona (platea vechia) osservare l’esistenza del ronco Palma (ex vanella porte parve meschite) chiamato così per l’esistenza nel medioevo di una palma, simbolo notoriamente caro agli ebrei, che era stata piantata in quello che doveva essere un cortile antistante l’ingresso dalla porta parva utilizzata, con ogni probabilità, dalle donne per andare in sinagoga; si percorra poi la ex ruga della meschita, oggi via Minniti e, attraversando la via dell’Arco (chiamata così a ricordo di un arco che fu demolito nel XVII secolo, previa autorizzazione del Senato, dal pittore siracusano Mario Minniti il quale aveva ivi acquistato una casa; l’arco era sicuramente uno degli elementi architettonici del quartiere ebraico) si perviene nell’attuale piazzetta del Precursore (platea parva) di fronte al prospetto della chiesa di San Giovanni, già moschea di Siracusa. In origine l’attuale piazzetta era molto più ridotta perché chiusa nella parte mediana da un alto muro, configurandosi come il cortile antistante l’ingresso principale. Imboccando la via della Giudecca (Platea judaica) si avranno sul lato ad Est l’ex ruga de li bagni, la vanella della porta parva e della porta magna che fiancheggiano i lati lunghi della chiesa di San Filippo l’Apostolo; imboccando la successiva stradetta, l’ex vanella dell’oliva adiacente ai siti del baglio e dell’ospedale ebraico si ritorni sulla via Alagona e, quindi, al punto di partenza per visitare quella stanza ipogeica straordinariamente carica di suggestioni che è il miqwèh. i è qui proposto un percorso che si conclude con la visita al bagno rituale, ritenendo che questo rappresenti il momento più atteso e più suggestivo ma, ovviamente, durante l’utilizzo reale era dal miqwè che iniziava il rituale  di purificazione per concludersi in sinagoga.

 

 

 

 


 

 

 

 

ronco misteri a_(640_x_480)   RONCO I ALLA TURBA -IL RONCO DEI MISTERI

Ronco I alla Turba. Tratto di linea marcapiano quattrocentesco, che funge da piano di posa di un balconcino moderno. Nel  primo pannello di sinistra è raffigurato il nodo di Salomone.

"Belli e sontuosi palazzi cominciavano allora a fabbricarsi, di magnificenza alle nobili e ricche famiglie, di ornamento e decoro alla città”. Con queste parole Serafino Privitera, nel 1870, iniziava  la sua pagina dedicata al Palazzo Montalto nel quartiere Spirduta in Ortigia, aggiungendo come di questo edificio della illustre famiglia se ne potessero ammirare i superbi avanzi. Ancora oggi esso rappresenta uno dei più significativi e meglio conservati esempi di architettura gotico-chiaramontana e, nello stesso tempo, aragonese – catalana (essendo frutto di due fasi costruttive dei secoli XIV e XV) della città  di Siracusa, sulla cui trifora centrale fa bella mostra di sé la stella di Davide. Di numerosi altri palazzi dello stesso periodo ci restano, invece, le fabbriche con apporti di epoche successive oppure pochi elementi strutturali e decorativi (monofore, bifore, polifore, tratti di linee marcapiano e di logge, di scale, portali…) inseriti nelle  murature di edifici più recenti. E’ il caso di un “balconcino” quattrocentesco che si trova nel ronco I alla Turba, poco prima del numero civico 99 lungo la via Roma. Percorrendo uno stretto e breve vicolo si perviene in quello che abbiamo voluto definire “Ronco dei misteri”!  In questo cortiletto si possono osservare non solo un pezzo di colonna romana abbandonata sul battuto, alcuni archi medievali e, sul prospetto della casa a sinistra uno splendido tratto di una linea marcapiano, che funge da piano di posa di un balconcino moderno. Essa si compone di quattro conci finemente lavorati e decorati terminanti con dei peducci tra i quali vi sono rappresentati quattro motivi diversi l’uno dall’altro. Una cornice aggettante con linee geometriche sovrasta l’intero apparato scultoreo. Ogni concio si apre al centro a mo’ di trilobo entro il quale sono resi plasticamente motivi fitoformi. Le superfici dei conci recano motivi floreali e foglie ad alto rilievo senza una apparente logica compositiva. Il peduccio dell’estrema destra è l’unico  elemento che reca una protome umana. Quanto mai singolare la raffigurazione del nodo di Salomone nel primo pannello di sinistra, che induce a ritenere che l’esegesi di tutta la raffigurazione possa essere connessa con la presenza dell’ Ordine dei Templari, probabilmente già a Siracusa dal tempo di Federico II. Interessante anche un elemento scultoreo, incastonato lungo la stessa parete, che raffigura a bassorilievo una figura animale, forse un agnello, vagamente simile a quello che tiene la croce in uno dei sigilli dei Templari. Data l’importanza dell’iconografia rappresentata sarebbe opportuno un intervento di restauro, non solo dei conci che non godono di “buona salute” essendo gravemente danneggiati dallo scolo delle acque, ma anche dei fabbricati di pertinenza al Ronco dei Misteri per poter fornire ulteriori dati oltre quelli citati, che meriterebbero sicuramente più attenzione e studi approfonditi, dal momento che essi rappresentano una ulteriore, interessantissima  pagina dei tanti segni e simboli sui muri di Ortigia, che rivelano l’esistenza delle diverse religioni e dei vari ordini,  monastici, cavallereschi ed anche massonici del passato.

 

 

 

 

 

 


 

 

 

  TORRETTA DI BOSCO MINNITI

 

 

La torre denominata di Bosco Minniti è del XIV secolo, datazione ricavabile dalla struttura architettonica stessa e dagli elementi decorativi come il piccolo rosone circolare con  motivo cruciforme formato da quattro fori; esso è posto al di sopra dell’unica porta di accesso caratterizzata da portale ad arco acuto evidenziato da cornice cordonata con volute terminali. Mancano al momento documenti d’archivio che possano supportare questo inserimento cronologico e, purtroppo, è andata perduta l’iscrizione  incisa probabilmente su una lastra marmorea collocata nell’edicoletta al di sopra del portale di cui rimane l’impronta. La torre ha pianta rettangolare (m 5,8 per m 6,7) e un ‘altezza di m 6. Il coronamento è ancora quello originale e presenta agli angoli delle merlature. La copertura è terrazzata. Il prospetto principale è orientato a Sud. Si segnalano addossati ai muri Est ed Ovest murature tardive relative al riutilizzo della torre in epoca più recente. L’edificio è realizzato nella parte basamentale da grossi blocchi in pietra calcarea, forse di reimpiego e, nell’elevato, da opus incertum. Tracce di intonaci  sono ancora visibili lungo le  murature. L’interno è caratterizzato da un unico ambiente con copertura a botte a m 5 dal pavimento; esso è illuminato da una monofora e da feritorie. Nell’angolo S-O si apre nella volta un apertura rettangolare che aveva un doppio utilizzo: serviva per collocare la scala lignea che serviva a raggiungere la terrazza e come buttatoio per far cadere dall’alto pietre sui malintenzionati. Dalla semplicità strutturale  dell’edificio si evince che esso doveva assolvere più ad una funzione di avvistamento che di difesa. Ubicata a circa km 2 dalla costa rientrava, quindi, nella categoria delle torrispecula;  i guardini di stanza nella torre segnalavano il pericolo suonando le buccine. I guardiani avevano il compito di comunicare con le altre torri con segnali di fumo nelle ore diurne e di fuoco nelle ore notturne.  Si usava anche  issare un bastone culminante con un mazzo di fieno che, se veniva calato indicava l’arrivo di navi corsare.
La torre si presenta in buono stato di staticità ma  necessita di un intervento di restauro e conservazione e, soprattutto di rivalutazione e fruizione. La Torre di Bosco Minniti è una delle più antiche essendo la maggior parte di esse datate al periodo spagnolo; essa, inoltre, pur nella sua semplicità planivolumetrica, rivela una ricerca artistica non indifferente nella decorazione del prospetto principale che la pone a confronto con i ragguardevoli esempi di architettura aragonese-catalana riscontrabili in tanti palazzi di Ortigia.  Uno studio mirato all’aspetto architettonico e alla ricerca d’archivio potrebbe riportare in luce una pagina della storia di Siracusa che, ci piace sottolineare, supera spesso le mura ortigiane per attestarsi su una terraferma spesso trascurata e sconosciuta ai più.

 

 

 


 

 

 

 

  

 TORRE PIZZUTA

Torre della Pizzuta, vista da ovest.La torre è ubicata lungo la via Luigi Maria Monti. Fu, per qualche tempo, dimora del famoso letterato Tommaso Gargallo, il quale vi si ritirava sul finire del XVIII secolo, per condurre i suoi studi in tutta serenità.

     

La zona nord della città di Siracusa, che si estende fra la Scala Greca e il Villaggio Miano, prende il nome di contrada Pizzuta (toponimo derivante, forse, da coltivazioni della mandorla pizzuta), precedentemente detta Teracati. Zona che un tempo faceva parte dell’agro siracusano con tutte le caratteristiche rurali ad esso connesse, con preesistenze datate sin del periodo greco, essa è stata, nell’arco di pochi anni, totalmente stravolta per la totale urbanizzazione che ha visto sorgere costruzioni relative a moduli abitativi privati e di cooperativa. 

   Essa racchiude ancora tracce di questo paesaggio agrario. Percorrendo la via Luigi Maria Monti da sud, proprio in prossimità dell’incrocio con la via Lo Surdo (ad est) , si può osservare una masseria in stato di semi abbandono. Ad una osservazione  attenta, apparirà evidente che il caseggiato rurale ha inglobato una torre che dichiara la sua inequivocabile connotazione, svettando con le sue merlature del piano terrazzato, ma aggredita da piante grasse lungo le murature. Si tratta della cinquecentesca cosiddetta Torre della Pizzuta! Essa è a pianta quadrata ed è realizzata in opus incertum (con pietrame di varie dimensioni), con uno spessore murario di cm 87 e superfici intonacate; i cantonali sono rinforzati con conci in pietra calcarea.

 

torre pizzutaOrientata ad Est, la torre presenta il prospetto principale con porta unica sovrastata da un balcone supportato da possenti mensoloni in pietra calcarea con profilo ricurvo, che trovano riscontro in numerose strutture militari già quattrocentesche. Le finestre immettevano luce all’interno che risulta composto di due piani. Il piano terra (alterato da muri di tramezzo successivi), è  coperto con volta a botte; una scala a tre rampe lo collega con il piano superiore. Per le sue caratteristiche strutturali e per la sua ubicazione a parecchi chilometri dalla costa, ma che era originariamente visibile, può ritenersi una torre segnaletica, con funzione di avvistamento come la Torre di Bosco Minniti (vedi Il cammino, 27-I- 2007, pag.3) con la quale si doveva porre in collegamento visivo, come pure con la Torre di Magnisi e con quella del Fico: grazie a questo sistema, tutto il tratto di costa dal capo Santa Panagia alla penisola di Magnisi era perfettamente controllabile. Sappiamo che dalla fine del 1700 sino al 1940  la masseria diventò proprietà della nobile famiglia dei Gargallo, che operò lavori di consolidamento statico nella torre. Ci sorprende trovare il ricordo della torre nelle memorie autobiografiche del famoso letterato Tommaso Gargallo il quale, come egli stesso ci riferisce, vi si ritirò da giovane, per qualche tempo, per potersi dedicare ai suoi studi filologici in piena serenità. Tommaso Gargallo, definendola antica, ci informa che “la torre era mezzo diroccata e ne trasse il partito di ridurla ad un casinetto da potervi adagiare con soli due famigliari che lo servivano e colà gran parte dell’anno si tratteneva coi suoi libri” (Memorie autobiografiche, in Opere edite ed inedite I, 1923). Basterebbe questa sola memoria per far resuscitare dall’incuria un manufatto che, nato con scopo prettamente militare, per i suoi successivi adattamenti può raccontarci una storia ben più articolata della nostra città che, ancora una volta esprime la sua enorme valenza architettonica e culturale.

 

 

 


 

 

                             

Dal TEMPIO di SALOMONE  alla

   CHIESA di SANTA LUCIA ALLA BADIA

Particolare del portale d’ingresso della Chiesa di Santa Lucia alla Badia in Piazza Duomo. Si notino le colonne salomoniche

 

 

Il terremoto disastroso del 9 e dell’11 gennaio 1693, che colpirà il Vallo di Noto, danneggerà notevolmente anche Siracusa, che risorgerà dopo questa Iliade funesta con un rinnovamento architettonico in stile barocco, frutto della volontà sinergica della Chiesa, dello Stato e della nobiltà. Gli architetti che diedero vita a questa “rinascita” crearono un barocco dalle caratteristiche particolari. Una delle prime chiese a rinascere dalle macerie fu quella di Santa Luci alla Badia (1695) in Ortigia. La chiesa, dedicata alla vergine e martire siracusana, connessa con l’attiguo monastero cistercense, era particolarmente legata al miracolo della carestia del 1646 raffigurato nella volta sopra la navata centrale
     Nel contratto d’opera, l’architetto Luciano Caracciolo fu lasciato libero di cambiare l’orientazione della precedente chiesa (est-ovest) che aveva il prospetto lungo l’attuale via Pompeo Picherali. Egli elevò, quindi, la facciata a nord chiudendo scenograficamente il nodo di piazza Duomo. L’interno venne restaurato e modificato nel 1783. Per la sua peculiarità, il progetto di questa struttura chiesastica  ha meritato uno studio approfondito da parte di Salvatore Italia e Ranieri Meloni (in “Annali del Barocco in Sicilia”, 1995) i quali hanno formulato l’ipotesi non solo che esso potrebbe essere già precedente al terremoto, ma che l’architetto potrebbe essersi ispirato al Tempio di Salomone (una delle sette meraviglie del mondo) del quale, come è noto, non esiste alcuna documentazione archeologica.
      “Il Tempio di Gerusalemme sorgeva in un luogo divenuto, col tempo sacro per tutte e tre le religioni monoteistiche. Per l’ebraismo rappresentava la custodia dell’Arca dell’Alleanza, con le Tavole della Legge; per il cristianesimo, la cerniera tra Vecchio e Nuovo Testamento e uno degli scenari della sfida fatale di quella Pasqua del 33 e.v.; per l’Islam, il sito della Cupola della Roccia, sorta  sulla pietra da cui Maometto sarebbe asceso in Paradiso” (Marcello Fagiolo).
     Il periodo compreso tra la fine del 1600 e gli inizi del 1700 è proprio quello del dibattito riguardo alla iconografia del Tempio di Gerusalemme in conseguenza del quale furono tentate numerose riproposizioni. Una delle più attendibili è riscontrabile in una pubblicazione di J.B. Villalpando (gesuita) e Jeronimo Prado (edita tra il 1596 e il 1604 a Roma) : nel trattato il Tempio di Salomone fu proposto in tutti i suoi aspetti fornendo piante, prospetti e sezioni, tanto da  rappresentare un punto fermo per tutti gli architetti del tempo, non esclusi i grandi Bernini e Borromini.  Elementi stilistici, quali le colonne tortili dette appunto salomoniche (simboleggiano variamente la vite, l’albero della vita, le spire del serpente), venivano già impiegati in numerosi edifici chiesastici, ma la nostra chiesa rappresenterebbe il “caso più completo di realizzazione concreta dell’antichissimo e sacro Tempio di Salomone, matrice di perfezione architettonica”. 
La facciata, realizzata in pietra calcarea, si sviluppa con forte ascensionalità (m 25)  mantenendo tuttavia elementi di armonia  flità dimostrando una raffinata aruite a pochi anni dal sisma (1695)grafia del Tempio scandita verticalmente da lesene e orizzontalmente dalle cornici e dalla ringhiera metallica del ballatoio (dal quale venivano lanciate le quaglie dalle monache  per la festa di Santa Lucia di maggio). Questa strutturazione trova diretto confronto proprio con il prospetto del Tempio di Salomone disegnato nel trattato del Villalpando, sia dal punto di vista stilistico che delle proporzioni. E’ probabile che in origine  la chiesa fosse munita di un belvedere con copertura lignea, come si evince  dalle tracce di  una finestra visibile dalla via delle Vergini e che  quindi, l’attuale vela muraria dell’ultimo ordine del prospetto completasse il  corpo  chiuso del suddetto belvedere. Le due colonne tortili che fiancheggiano il portale d’ingresso e che si distaccano dalla tela muraria sono ispirate  anch’esse a quelle del Tempio di Gerusalemme e si discostano stilisticamente da quelle che fiancheggiano il portale d’ingresso della Cattedrale. Al di sopra dei capitelli si imposta il timpano dalla linea interrotta.  Lo stemma sopra il portone  è composto da tre elementi disposti su una raggiera: una colonna, una spada e una palma che lo identificano come quello della Santa Lucia. Un altro stemma identico (tranne l’assenza della raggiera) venne collocato nell’ultimo ordine del prospetto per essere visibile a chi arrivasse dalla via Lanolina: l’intento scenografico è sorprendente. Forse non casualmente, in uno degli episodi chiave della cristianità, quello dell’albero della vita in cui è protagonista il re Salomone, vi si trovano descritti gli elementi che compongono questo stemma. Anche le dimensioni planivolumetriche  corrispondono a quelle del Tempio, come indicato nel testo biblico. La pianta ci riporta anch’ essa alle dimensioni che definivano gli spazi del Tempio: due ambienti rettangolari e uno quadrato (Ulam, Hekhal e Devir) per un totale di m 27,50 lineari, che praticamente corrispondono ai 27.70 della lunghezza della Chiesa di Santa Lucia. All’interno  “è il caso di notare che il primo pilastro non è costruito all’inizio della Chiesa, ma a mt 5,50 dal portone. Il ritmo dei pilastri individua quindi due spazi virtualmente divisi fra di loro” che corrispondono al vestibolo e alla sala cultuale del Tempio di Salomone. L’altare della chiesa è costituito da un semplice parallelepipedo collocato nel presbiterio e richiama l’Arca dell’Alleanza collocata al centro della sala, come si legge nella Bibbia. Alla luce dei documenti in nostro possesso non è possibile stabilire se il progetto della Chiesa di Santa Lucia alla Badia sia stato redatto a Siracusa e sia, quindi, nato dall’ambiziosa idea dell’architetto incaricato della ricostruzione dell’edificio di riproporre il Tempio di Salomone. La presenza dei Cavalieri di Malta e dell’ordine dei Gesuiti potrebbe essere indicatrice riguardo all’esistenza nella nostra città di una copia del famoso trattato al quale avrebbe potuto attingere l’artefice della nostra chiesa. Anche il nome di  Luciano Caracciolo, al quale si dà paternità dell’opera, nei documenti risulta essere stato il “redattore dei capitoli d’appalto”. Il suo nome non compare più durante l’esecuzione dei lavori (forse morì agli inizi del 1700), mentre è certo che l’apparato decorativo interno non compreso nel progetto originario venne affidato a Luigi Casanova, il quale si attenne agli schemi classici del barocco. La forte componente simbolica della Chiesa di S. Lucia, che dovette sfuggire allo stesso Casanova, è uno degli aspetti meno noti che legano il culto della patrona di Siracusa alla presenza dei Cavalieri Gerosolimitani, i cui edifici acquisirono nel tempo significazioni esoteriche di difficile lettura possibile solo ad un numero ristretto di persone. La valenza simbolica della chiesa può inoltre rimarcare il legame tra Siracusa e Gerusalemme.
Alla luce di queste considerazioni, sarebbe auspicabile una catalogazione dei numerosi segni visibili su tante pietre ortigiane – stella di Davide (a Palazzo Montalto), nodo di Salomone (nel ronco I alla Turba), etc.- ed un loro studio sistematico che potrebbe fornirci uno scenario sicuramente complesso e storicamente plausibile relativo alla presenza dei vari ordini religiosi, cavallereschi e anche massonici che dall’Oriente trovarono nella millenaria Siracusa motivo di sosta e proliferazione.

 


 

 

 

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LA CATTEDRALE
Piazza Duomo

 

Il cuore del centro storico di Siracusa, rappresentato dalla piazza Duomo in Ortigia, estrinseca in quasi tutti gli edifici che l’attorniano, lo stile barocco sia precedente che successivo al noto evento sismico del gennaio del 1693 che colpì la Sicilia Sud-Orientale. La piazza, simbolo del potere del tempo, sia civile che religioso, nella facciata della cattedrale mostra lo stile barocco nella sua veste più grandiosa a Siracusa. Il prospetto sostituì il precedente, crollato per il terremoto del 1693. Il progetto è attribuito all’architetto palermitano Andrea Palma (1644-1730); nel cantiere, che  si articola in tempi abbastanza lunghi - dal 1728 al 1754 - chiudendosi 24 anni dopo la morte del progettista, lavorarono i maestri Giovan Battista Alminara e Giuseppe Ferrara nonché Pompeo Picherali, come testimoniato da prove documentarie. Esso si articola in due ordini sovrapposti segnati in orizzontale dalla linea dell’architrave e dal frontone realizzati con andamento spezzato; due ordini di colonne libere sormontate da capitelli corinzi movimentano la superficie liscia retrostante creando un gioco chiaroscurale di notevole effetto. La decorazione scultorea si compone dell’aquila reale con l’arme dei Borbone di Sicilia corredata superiormente da cartiglio, di elementi fitomorfi, di puttini e delle statue in pietra calcarea, opere di Ignazio Marabitti (1752). Esse rappresentano: in alto a destra Santa Lucia, vergine e martire siracusana; al centro in una nicchia la Madonna (alla quale è dedicata la cattedrale); in alto a sinistra San Marciano, protovescovo di Siracusa. Ai lati della scala, che è moderna, San Paolo e San Pietro, che sottolineano la vocazione apostolica della città. Scegliendo come punto di osservazione l’area tra il palazzo del Senato e il palazzo Beneventano del Bosco si ammira la facciata del Duomo nella sua pienezza volumetrica che si estende in profondità dal cantonale e nella sua marcata caratterizzazione barocca:  vera e propria scaena frons alla piazza  che è, nella forma  e nel significato, essa stessa teatro.

Ma basta spostarsi di pochi  metri verso la cattedrale per notare subito la diversità stilistica  del lato Nord lungo la via Minerva. Ed è questo netto contrasto che il visitatore, che giunga  a Siracusa per la prima volta, coglie nei suoi particolari e nella sua unicità. Annegate, ma non totalmente, nel muro Nord si vedono delle colonne con capitelli dorici che poggiano su una base a tre gradini che sporge dalla muratura stessa e che, anzi, sembra sostenerla. Alzando lo sguardo si intravedono, ove sono caduti gli intonaci, alcuni triglifi incorporati nella merlatura normanna. Anche all’occhio meno esperto appare subito evidente che la struttura, quasi mimetizzata da muri tardivi, lascia pensare a qualcosa di insolito e sicuramente molto più antico rispetto alla facciata settecentesca. La cattedrale, monumento straordinariamente complesso, è stata costruita sopra un tempio greco: un tempio dedicato alla dea della guerra: Atena! Visitando il suo interno si potrà meglio scoprire ogni sua parte. Entriamo, attraversando la porta a sinistra della facciata, nella parte vestibolare caratterizzata da un ulteriore prospetto (sulla cui linea forse si impostava la facciata più antica) con tre aperture speculari alle precedenti.  Due splendide colonne tortili enfatizzano il portale centrale. Dalla porta a sinistra ci troviamo direttamente nella navata laterale corrispondente.


  cattedrale 1_(640_x_480) - copia    Dal fasto barocco alla semplicità di questa navata che nella penombra ci mostra le colonne del tempio greco che, rispetto all’esterno, fuoriescono dalla muratura per una volumetria maggiore. Superato  lo stupore e la curiosità ci si può  accomodare sui banchi posti nella navata centrale: possiamo affermare di essere, sì,  dentro una chiesa, la più importante della città, ma nel contempo dentro il naòs (cella) di un tempio greco, quello di Atena! Questo tempio fu fatto costruire dal tiranno  Gelone della famiglia dei Dinomenidi, il quale, vincitore sui cartaginesi nella famosa battaglia di Imera (nei pressi dell’attuale Termini Imerese) del 480 a.C., tornò a Siracusa nello stesso anno e col bottino di guerra fece costruire questo tempio a memoria della vittoria dedicandolo  ad Atena (il cantiere durò dieci anni soltanto: nel 470 a.C. la struttura templare era già terminata).
Il tempio di ordine dorico, orientato Est-Ovest, era periptero (=con le colonne intorno), esastilo (=con 6 colonne sulla fronte), con  un prònaos (=parte antistante il naòs o  cella)  fornito di 2 colonne, con la cella senza colonnato interno, ed un opistòdomos (=stanzetta dietro la cella utilizzata come deposito votivo); 14 le colonne sui lati lunghi. Se guardiamo a destra e a sinistra ritroviamo le colonne superstiti della peristasi laterale. Nella navata laterale sinistra alcune delle colonne non sono più in asse e si evidenzia la loro composizione in 3 tamburi o rocchi (questa parte ha subito lo spostamento  del colonnato a causa del terremoto del 1542). Le due colonne che oggi enfatizzano e bloccano i lati del portale erano quelle pertinenti all’opistòdomos. Se non fosse stato abbattuto il muro corto della cella, dall’interno della chiesa non le potremmo vedere. Il tempio della dea Atena era stato costruito con la pietra calcarea  intonacata,  ma aveva tegole di marmo a rivestimento del tetto a doppio spiovente, che si impostava un concio sopra l’iscrizione latina che corre sopra il muro interno della cella. La cornice esterna era decorata dalle straordinarie gronde marmoree a testa leonina (172 gronde; 86 su ogni lato lungo). La pregiata qualità sia del marmo greco che la quantità e lo stile delle grondaie, che è ionico, doveva sopperire alla mancanza della decorazione nelle metope. La serie degli archi che delimita la navata centrale è stata tagliata lungo il muro originale della cella del tempio: è essa stessa struttura greca, originariamente muro chiuso. Nel periodo bizantino (tra il VI e il VII secolo), grazie all’editto di Teodosio che autorizzava i cristiani ad edificare sopra strutture pagane, il tempio della dea della guerra fu trasformato in basilica cristiana. Simbolicamente l’edificazione di una struttura chiesastica sopra una pagana rappresentava la cancellazione del paganesimo stesso e la superiorità della nuova religione, ma da un punto di vista pratico i cristiani trovarono a loro disposizione una struttura possente, le cui sostruzioni a vespaio, profonde 3 metri, erano garanzia di solidità. La trasformazione fu dettata dalla inversa funzione che la chiesa assolve rispetto al tempio: la prima accoglie i fedeli i quali assistono al sacrificio simbolico sull’altare, il secondo è solo la  casa della divinità e i riti vengono officiati all’esterno.
Bastò invertire l’orientazione (l’altare fu posto ad Est e la facciata ad Ovest), chiudere con muri gli intercolumni e aprire dei varchi  lungo il muro chiuso della cella; furono abbattuti i muri corti della cella stessa e numerose colonne: e il tempio divenne chiesa, poi cattedrale di Siracusa, edificio emblematico dell’importanza apostolica della città. Della fase bizantina rimane l’abside che chiude la navata laterale sinistra e che lascia supporre una strutturazione a tricora. A  tal riguardo di questa fase è prova l’iscrizione che corre lungo il muro della navata centrale: Ecclesia Syracusana prima Divi Petri filia et prima post antiochenam Cristo dicata ( La Chiesa siracusana prima figlia del divino Pietro e la prima dopo quella di Antiochia dedicata a Cristo). Negli Atti degli Apostoli (Luca, XXVIII, 12) , si legge che San Paolo passò e sostò a Siracusa per tre giorni nel 61. Senza dar troppo credito alla tradizione popolare che attribuisce all’apostolo la predicazione e la fondazione della chiesa siracusana, si ritiene che il passaggio di San Paolo può aver rappresentato la scintilla che molto più tardi diede vita alla nascita di una fra le più importanti comunità cristiane d’occidente.
Dopo il periodo bizantino, sappiamo che Siracusa cadde sotto il dominio arabo (878: anno della presa della città) e si ha notizia che la basilica, oltre ad essere saccheggiata, fu riutilizzata come moschea. Dopo gli arabi, Siracusa passa ai Normanni (XI-XII secolo): grandi costruttori di chiese, apportarono modifiche al nucleo chiesastico elevando, ad esempio, il muro della cella del tempio e impostando le finestre (appartengono allo stesso periodo le monofore lungo il muro Nord e i mosaici visibili nella cappella del Battistero, che probabilmente decoravano la parte della tribuna). Seguendo il criterio cronologico possiamo ricordare l’esistenza di un’architrave trecentesca con dipinture (esposta nella Galleria Bellomo), probabilmente pertinente al soffitto ligneo. Nel 1444 viene realizzato, per volere del vescovo Ruggero Bellomo, lo splendido pavimento con il riutilizzo di marmi despoliati da monumenti classici (forse colonne del foro romano). Il pregevole soffitto ligneo a travatura scoperta,  ripartito in lacunari, le cui capriate poggiano su mensoloni e la cui trave centrale reca gli stemmi delle più nobili famiglie siracusane, è datato al XVI secolo, ma potrebbe essere rifacimento di quello precedente. Prima del terremoto del 1693, su commissione del vescovo Giovanni  Torres, si abbatterono  i muri bizantini che chiudevano 3 intercolumni del tempio lungo la navata laterale destra e, al di là della peristasi templare, venne realizzata la cappella che prende nome dal committente. Ai Vermexio, Andrea e Giovanni si devono rispettivamente il progetto e la realizzazione (1619-1649):  vi lavorarono pittori ed architetti di fama come Agostino Scilla, al quale si devono gli affreschi della volta e Luigi Vanvitelli, autore del ciborio. L’edificazione di questa cappella rappresenta il primo ampliamento della cattedrale che poteva avvenire solo lungo il lato Sud, dal momento che a Nord si era vincolati dall’esistenza della strada. Al 1692 si data la progettazione e la realizzazione della cappella del Crocefisso costruita  demolendo l’ abside bizantina  della navata laterale destra. Ma l’anno dopo avviene il terremoto! Crolla larga parte della  facciata (forse già di fase normanna) ed altri danni si verificano all’interno. Dalle macerie il Duomo rinasce ampliato sia per numero di cappelle (cappella del Battistero, di Santa Lucia) che per la grandiosità della parte absidale che vede l’imposta di un pavimento marmoreo (attualmente in restauro), l’enfatizzazione in stile barocco di ogni suo elemento con stucchi e dorature e, come mensa d’altare, la riutilizzazione di un enorme blocco della trabeazione del tempio crollato durante il sisma. Luciano Alì sarà l’autore del rifacimento della cupola (1771). Trionfa l’aspetto scenografico dell’altare che accentra, come vuole l’arte barocca, l’attenzione del fedele. Degno di nota il fatto che, su progetto di Pompeo Picherali, l’interno della cattedrale, intorno al 1742, verrà ricoperto da decori a stucchi: anche le colonne del tempio di Atena e il muro della cella verranno totalmente obliterati dagli stucchi. Questo significa che sino al cantiere di restauro completatosi nel 1927, entrando nel Duomo ci si sarebbe trovati all’interno di una tipica chiesa barocca ricca di stucchi ed altari che si susseguivano nelle navate. Se meritevole appare l’intervento di ripulitura della struttura templare, ci si rammarica che esso abbia  totalmente  cancellato  questa fase della storia della chiesa della quale, pur non essendo all’epoca noto l’autore, si sarebbe potuto lasciare qualche lembo (S.L. Agnello, Arch. Stor. Sic., serie III, vol.V, 1953). Opere ottocentesche sono, ad esempio, le acquasantiere e l’artistica grata in ferro battuto del 1809, che chiude la cappella Torres, opera del fabbro catanese Domenico Ruggeri (data e nome sono incisi nella zona centrale della chiusura vicino al lucchetto). Appartengono al XX secolo gli amboni marmorei e i lampadari (il più grande opera di G. Prazio). Moderni (1926) sono il soffitto a cassettoni sopra la tribuna, opera di Carmelo Minniti, la scala esterna (1918) e la cella campanaria (1925).
Questa sintetica esposizione può dare l’idea dello straordinario valore documentario che possiede la cattedrale di Siracusa. Dal tempio greco di Atena al soffitto moderno! Dai greci a noi! è un arco di tempo incredibilmente lungo, comprensibile anche durante  una breve visita guidata. Tutte le dominazioni che hanno interessato Siracusa hanno lasciato un elemento materiale o documentario che riguarda la cattedrale. Si può dire che senza soluzione di continuità la chiesa ci racconta la storia della città, ma riflettendoci, ci racconta la stessa storia della Sicilia! Di quest’isola che,  posta com’è al centro del Mediterraneo, straordinariamente varia e ricca, fu terra di conquista e di contrasti, terra oggetto di controversi giudizi, ma desiderata da tutti i popoli, terra di sali e di suli, crogiuolo di civiltà fra le più diverse.
La cattedrale di Siracusa è il “libro di pietra della Sicilia”, il cui ricordo ogni visitatore potrà portare con sé  come summa del suo viaggio in Sicilia e che ogni siracusano dovrebbe amare di più e sapervi trovare gli innumerevoli spunti per approfondire la storia straordinaria ed unica della propria terra per riappropriarsi di questo immenso  patrimonio storico, civile ed  artistico da custodire e  tramandare  ai posteri.

 

 

 

 

 


 

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PALAZZO del SENATO

 

 

 

  Il primo Palazzo di Città di Siracusa venne istituito nell’antica sede quattrocentesca della Camera del Consiglio Reginale ubicata nell’omonima via, ma di essa restano soltano il bel portale con conci disposti a ventaglio sormontato dall’altorilievo con San Michele e il drago e un arco ogivale nella parte vestibolare. Nel 1629 il sindaco  Pietro Pericolati si fece sostenitore del progetto di per una domus nova in loco… magis opportuno et nobiliori al Senato, perché quella esistente venne ritenuta parva et pessimae conditionis, come risulta dagli atti del notaio Giacomo Masò.

La vecchia Camera Reginale venne alienata il 23 marzo dello stesso anno ed acquistata da un certo Luciano Battaglia al prezzo di sole 306.2.15 onze. Per la nuova sede venne scelta la prestigiosa piazza del Duomo e, per la sua realizzazione, si procedette all’espropriazione di alcune casupole ubicate nell’angolo Nord-Est di proprietà della chiesa. Il progetto architettonico venne affidato a Giovanni Vermexio e l’appalto –bandito il 7 gennaio 1629 – venne aggiudicato al fratello Francesco: sovrintendeva ai lavori una specie di Consiglio di Fabbrica. Il cantiere si chiuse nel 1633, come ancora si legge nella lapide marmorea  collocata al di sopra del balcone lungo il prospetto principale. Portata a compimento la parte architettonica, venne affidato l’apparato scultoreo a Gregorio Tedeschi: una grande aquila reale, le armi di città e sette statue  dei reali di Spagna da posizionare nelle nicchie lungo il prospetto; queste ultime non vennero realizzate a causa della prematura scomparsa dello scultore. Le gravi spese sostenute dal Senato per sanare le conseguenze della carestia del 1636, non permisero di completare i lavori del complesso decorativo e si attese solo ai lavori d’urgenza. Ma il Palazzo di Città fece preoccupare notevolmente gli amministratori della metà del 1600 perché cominciò a risentire di gravi lesioni e li damnusi apparvero compromessi dal punto di vista statico.
Alla morte di Giovanni Vermexio (1648) i lavori di consolidamento vennero affidati a Giuseppe Guido e completati nel 1663.

Paradossalmente il sisma del 1693 non recò danni alla costruzione. Ricorda Giuseppe Agnello (1959) che “l’inopportuna costruzione postuma di un piano ammezzato superiore” avvenuta nel XIX secolo, aveva compromesso maggiormente la statica dell’edificio. Da un punto di vista architettonico, pur essendo frutto della nuova corrente barocca, il Palazzo risente ancora della compostezza e linearità della tradizione rinascimentale. L’autore indugia in motivi classicheggianti e la scuola del Vignola emerge non solo nell’impiego del bugnato, ma anche nei lavori d’intaglio decorativo (trofei, scudi, loriche, elmi). Nel secondo ordine, il cui passaggio è segnato dalla balconata unica, emerge una più vivace ed animata trattazione delle superfici e l’apparato decorativo con festoni, ghirlande e maschere rivela l’ispirazione barocca che si esprime anche lungo il prospetto Sud con figure, festoni, mascheroni, genietti, puttini, animali. dsc00932_(640_x_480)A concludere la resa plastica del monumento il suo autore, accettando il nomignolo a lui attribuito nell’ambito popolare siracusano (in spagnolo vermexio, che vuol dire vermiglio, venne trasformato  in verme e poi ancora in lucertola, forse anche con riferimento all’aspetto fisico dell’architetto), apporrà nell’angolo Nord-Ovest della cimasa il noto motivo-firma della lucertola, riscontrabile in altri monumenti vermexiani.
Il Palazzo di Città è attualmente oggetto di restauro nei due prospetti. Auspichiamo non solo la sollecita ultimazione dei lavori, ma anche un progetto che possa rendere fruibile tutto ciò che esso racchiude, dal momento che la sua veste barocca  nasconde nel seminterrato testimonianze decisamente più antiche generalmente riscontrabili nel sottosuolo dell’intero centro storico di Ortigia , che possono visivamente  far cogliere al visitatore lo straordinario valore storico e archeologico del sito: dai resti di una capanna della media età del bronzo (XIV sec. a.C.) relativa al villaggio preistorico dei Siculi, alle fondazioni del Tempio ionico del VI sec.a.C A buon diritto tutti i Primi Cittadini di Siracusa possono aver detto: - Ho un tempio sotto la Casa!  Del tempio ionico sono poi visibili numerosi reperti (frammenti di rocchi di colonne e capitelli), nel piccolo antiquarium ubicato nell’androne, che viene per il momento aperto al pubblico  solo in occasioni particolari.

Gradevole visione per chi si accinge alla visita del complesso è la settecentesca Carrozza del Senato che fa bella mostra di se in fondo all’androne del Palazzo di Città e che  farebbe invidia ai migliori musei del mondo!

 

 

 

 


 

 

 

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PALAZZO VITALE
Palazzo Vitale (fine 1500/inizi 1600 attribuito ad A. Vermexio) lungo la via V. Veneto, già Mastrarua, al n° civico 14. Portale d’ingresso, formante corpo unico con il balcone rettilineo. Particolare sovrastante il portale d’ingresso: maschera fitoforme.

 

Una delle prime strade ortigiane ad essere pavimentate, nel 1795, fu l’attuale via Vittorio Veneto, già  Mastrarua cioè la via maestra; maestra perché era l’arteria principale di ingresso ad Ortigia prima degli stravolgimenti operati a partire dal periodo post-unitario e proseguiti fino a quello fascista. Meraviglia e stupore dovettero provare i viaggiatori stranieri che, proprio alla fine del sec. XVIII visitarono Le Antiche Siracuse, nello scoprire lungo la Mastrarua una successione di costruzioni del tipo catalano e barocco, all’epoca sicuramente in buono stato. Soltanto oggi cominciamo a cogliere l’originario assetto urbanistico-architettonico grazie ai lavori di  risanamento e restauro che hanno interessato e stanno interessando diversi tra gli eleganti edifici che vi si affacciano come il Palazzo Russo, il Palazzo Blanco, la Casa Mezio, l’Oratorio e la Chiesa di San Filippo Neri, il  Palazzo Interlandi, il Palazzo Monteforte e il Palazzo Bongiovanni. Dopo un paio di secoli di graduale deterioramento oggetto di restauro è attualmente anche Palazzo Vitale al n° civico 14 che, per la sua semplice strutturazione,  modesta nel contesto di una via per lo più frutto di rifacimento barocco dopo il terremoto del 1693, ad un più attento esame rivela la sua vera natura di palazzo signorile della fine del XVI inizi del XVII secolo. Lo studioso Giuseppe Agnello lo ritenne opera di Andrea Vermexio, padre di quel Giovanni autore del Palazzo di Città. Questa attribuzione, purtroppo ancora oggi non supportata da documenti di archivio, venne fatta in base ad un attento studio stilistico.

Il progetto fu probabilmente condizionato da edifici preesistenti che non ne consentirono l’isolamento e la definizione dei cantonali, particolarmente cara al nostro architetto. Il prospetto è caratterizzato dalla  simmetria delle aperture (finestre, portale e balcone), sottolineata da membrature architettoniche che si evidenziano in maniera particolare sul muro intonacato. Il portale è incorniciato dal  bugnato e  fa corpo unico con il balcone  rettilineo dagli angoli rientrati, sorretto da mensoloni decorati con semplici festoni. Caratterizza la parte centrale del fregio, in corrispondenza con la chiave d’arco, una maschera fitoforme. Le finestre, due per lato, sono raccordate tra di loro in senso verticale: quelle sottostanti sono munite di davanzale e si raccordano con quelle superiori mediante l’originale inserimento di due mensole allungate, assolutamente nuove nel contesto dell’architettura coeva. L’edificio manca dell’attico ma è dotato della grondaia composta da due filari di coppi d’argilla, sistema non troppo raffinato ma particolarmente funzionale. Nonostante le notevoli trasformazioni successive, il palazzo ci offre ancora esempi di squisita compostezza formale anche nel suo interno dove, superata la soglia, ci si immette in un corridoio lungo il quale  si fronteggiano due aperture caratterizzate da soglie, da stipiti e da architravi e  mensole dolcemente curvilinee. Al piano superiore si accede per mezzo di una scala  anch’essa improntata a grande semplicità.

Un corpo di fabbrica accorpato a Palazzo Vitale, ma di fattura di gran lunga più modesta, fa pensare ad ambienti di supporto alla casa signorile, dei cui proprietari e committenti per il momento nulla sappiamo.

 

 


 


14a barca con gli occhi_(640_x_480)        LE BARCHE SIRACUSANE “NON VEDONO PIU’”

Nel Museo della Marineria di Cesenatico fa bella mostra di se un trabaccolo particolarmente interessante per i due grandi occhi bordati di rosso realizzati ad altorilievo sulla sua prua. Il naviglio sembra guardare dall’alto i visitatori, quasi avesse una personalità sua propria. Era proprio questo l’intento degli antichi che dedicavano l’imbarcazione ad una divinità che, mediante i “suoi” occhi, non solo vedeva la rotta, ma proteggeva l’equipaggio: “occhi apotropaici” (dal greco apotrépein - allontanare), che allontanano il male.

Motivo antichissimo e comune a culture fra le più varie, primeggiava in tutto il Mediterraneo e, ancora oggi, lo si può ammirare dipinto a prua sui cinque buzzetti sarausani che partecipano al “Palio del Mare”: si tratta delle barche realizzate appositamente da maestri d’ascia aretusei per questa manifestazione, che riproducono le caratteristiche peculiari dei gozzi da pesca tradizionali. In tema di gara, esorcizzare il malocchio è elemento fondamentale della superstizione popolare! Ma se, come in questo caso, l’”occhio apotropaico” è diventato lodevole fatto culturale, oggi è veramente raro trovarlo nella realtà marinara locale: sopravvive solo su alcune imbarcazioni di pescatori siracusani, dediti al lavoro individuale.

dsc02984_(640_x_480) - copia  Sostituito da elementi floreali, da nomi femminili, dalle targhe della barca stessa o peggio, dal nulla, sta scomparendo: le barche siracusane “non vedono più”! Attraccata nel porto piccolo una piccola barca dai colori bianco e blu ancora “guarda” il passante in banchina, che incuriosito si ferma e l’osserva; un cartello posizionato a poppa informa che è messa in vendita. Al probabile compratore un appello accorato: non cancellare gli occhi! Nella città di Santa Lucia, la luce-vista è motivo conduttore sin dall’antichità come ci testimoniano anche le numerose incisioni e dipinture raffiguranti occhi sulla ceramica sin dal neolitico. Infatti, se cinquemila anni fa, nel villaggio trincerato di Stentinello sul mare, a pochi km a nord da Siracusa, un nostro antenato ceramista nel forgiare a mano, senza tornio un vasetto acromo, con un semplice punzone decise di incidervi un occhio o più occhi talvolta cigliati, possiamo anche  immaginare che i pescatori della stessa tribù li avessero dipinti sulle loro barche; e se i nostri fondatori Greci amavano il motivo dell’occhio a tal punto da riproporlo anche sulle loro coppe per il vino dette dai tecnici “ad occhioni”, abbiamo il dovere di preservare, tutelare e, perché no, commercializzare questa tradizione che è nata con l’uomo stesso. E’ un motivo che incuriosisce il visitatore che ha modo di apprezzarlo nel visitare il nostro Museo archeologico (settori A- vetrina 14  e B - vetrine 203 e 204). Ridipingiamolo sulle prue e facciamone souvenir con materiali fra i più vari.

 

 

 

 


 

 

 

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A PISCARIA

 

 Nel 1974 Renato Guttuso immortalò in uno dei suoi quadri fra i più celebrati, oggi esposto a Palazzo Steri di Palermo, uno dei mercati storici della città, la Vucciria,. In siciliano il termine indica non solo il vocio confusionario dei venditori, ma anche il mercato stesso dal francese boucherie-macelleria, sua originaria destinazione. E così veniva divulgato ad un pubblico molto più ampio questo straordinario patrimonio storico della Sicilia attraverso il crudo realismo delle carni raffigurate in primo piano, i colori intensi della frutta, della verdura, del pesce sopra i banconi così accostati da lasciare a mala pena lo spazio ai passanti. Al quadro di Guttuso si è ispirato in un suo racconto A. Camilleri che così si esprime: "Un narratore o un commediografo, davanti alla Vucciria, avrebbero materia di scrittura sino alla fine dei loro giorni". Infatti la Vucciria, Ballarò a Palermo, la Fera o Luni, la Pescheria a Catania, ma anche la Piscarìa di Siracusa rappresentano, oltre che meta dei cittadini alla ricerca di merci fresche e di prezzi moderati, attrazione “fatale” per i turisti soprattutto stranieri! Si ritrovano come d’incanto nel mezzo di una vera e propria azione teatrale dove gli attori, i venditori, pubblicizzano le loro merci con i modi e le espressioni più singolari. Il nostro mercato storico diventa uno straordinario luogo deputato per una visita guidata alla storia della Sicilia attraverso il cibo, dove tutti i sensi sono stimolati in un trionfo di colori e odori, molto poco pubblicizzato dagli operatori del settore turistico. Un fatto antropologico singolare: una baraonda di siciliani fra i quali i turisti, affascinati dall’insolito spettacolo, si muovono riprendendo con le loro macchine fotografiche banchi di vendita e venditori. Sorto nell’estrema propaggine del quartiere dei pescatori, la Graziella (da Santa Maria di tutte le Grazie, loro protettrice), ha come fondale scenografico tutto il fronte architettonico del quartiere. La Sicilia, “terra di mercato” sin dal periodo neolitico, ha visto nascere sistemi urbanistici primordiali caratterizzati da empori veri e propri, l’agorà nel periodo greco, il foro in quello romano e, grazie allo scambio di merci, ha dato vita alla civilizzazione d’Occidente. “Scambiare beni materiali significa anche scambiare beni immateriali: parole e idee, usi e costumi, quanto chiamiamo cultura” (A. Buttitta). Fagocitati nelle nuove strutture commerciali o, ancor peggio, catturati dalle vendite on-line, siamo vittime del processo di vetrinizzazione iniziato più di duecento anni fa, per il quale si riesce ad interpretare il linguaggio delle merci senza il loro venditore, rischiando che il III millennio diventi quello della totale solitudine sociale in nome dell’urbanizzazione e della modernità.

 

 

 


 


 

uccellinook 

SIRACUSA e IL SUO TERRITORIO       
   di  autori vari

 

 

                         


dolmen avolaLO PSEUDO DOLMEN di AVOLA

 

 

di Salvatore Piccolo

Avola è un grosso centro rivierasco compreso tra i fiumi Assinaro e Cassibile, sulla costa orientale dell’isola, venti chilometri più a sud di Siracusa. Nessuna fonte letteraria accenna a quella che potrebbe essere stata una delle più antiche città della Sicilia, entro il cui territorio si scorgono testimonianze archeologiche abbastanza remote. Tracce, presenti sia sulla montagna sovrastante[1], sede della città medievale sino al 1693 (data in cui, distrutta dal terremoto fu abbandonata per l’attuale sito), che sul litorale, laddove il ritrovamento di statuette di epoca ellenistico-romana[2], dei resti di una villa del I sec. a.C.[3] e di numerosi ipogei cristiani[4] comprovano la frequentazione di queste zone.

Proprio lungo la strada statale per Siracusa, all’altezza dell’ospedale civico, si apre sulla destra un’angusta via che fiancheggia il letto di un torrente. Ivi, la lenta azione erosiva delle acque ha delineato una vallata, denominata Cava     L’Unica, alla cui destra, a ridosso di una paretina rocciosa, è situato il presunto monumento megalitico. Questa zona, periferica rispetto al centro urbano, è indicata con il nome di Contrada Borgellusa. Il dolmen, individuato nel 1961 dall’insegnante avolese prof. Salvatore Ciancio, era così ricoperto di terra da sembrare unito alla parete rocciosa retrostante. La parvenza di un ingresso aveva fatto ritenere che si trattasse di una grotta. 

    Il Ciancio, dopo aver analizzato attentamente l’anfratto, finì per convincersi di trovarsi di fronte ad un antico manufatto che correva il rischio di rimanere celato allo studio dell’uomo. L’autorevolezza e la serietà del ricercatore, consigliarono agli amministratori comunali del tempo di far ripulire la struttura, liberando dal tumulo accumulatosi nei secoli un’architettura a dir poco singolare, che forti polemiche suscitò tra il suo scopritore, certo di trovarsi dinanzi ad un opera megalitica, e la scienza ufficiale dell’epoca. Il Consesso civico avolese, confidando sulle argomentazioni addotte dall’illustre concittadino, pensò bene di recintare e vincolare quella zona, evitandole comunque l’abusivismo edilizio che nel frattempo dilagava incontrollabile anche in luoghi notoriamente ricchi di giacimenti archeologici. I giornali, dal canto loro, diedero grande risalto alla scoperta, annotando minuziosamente le visite che archeologi di chiara fama dedicarono  al presunto dolmen.  Si susseguirono Luigi Bernabò Brea, allora soprintendente ai Monumenti e alle Belle Arti di Siracusa, e Giorgio Vinicio Gentili, ispettore della stessa soprintendenza, i quali, stando alle notizie giornalistiche, manifestarono non pochi dubbi; nonché Giuseppe e Santi Luigi Agnello[5], e Paolo Griffo, soprintendente, quest’ultimo, di Agrigento. Giunse anche Giuseppe Laghi, frate dell’ordine domenicano, docente di Storia dell’Arte presso l’Università di Firenze, che mostrò grande interesse per il “monumento”, ripromettendosi di approfondirne gli studi, e Daniel F. Mc Call, preside della facoltà di Etnologia all’Università di Boston, che nel 1964, dopo una visita alla caratteristica costruzione, concluse che la stessa avrebbe potuto essere iscritta a pieno titolo tra le opere megalitiche[6].

L’edificio, circondato oggi da una selvaggia e prorompente vegetazione, sembrerebbe a prima vista costituito da una enorme “tavola calcarea” di spessore variabile, poggiante essenzialmente su due “pilastri”. Le diverse fratture di questa lastra hanno imposto l’erezione di tre supporti in mattoni, fatti erigere dall’amministrazione comunale. Corrugata in superficie, la tavola è davvero enorme con i suoi quasi otto metri di lunghezza e cinque metri e mezzo di larghezza. La parte settentrionale della piattaforma, che sembra posarsi su un “pilastro” isolato ed informe, è più consistente, assottigliandosi sino allo spessore di mezzo metro nella parte orientale che, a sua volta, si sovrappone ad un pronunciamento del suolo a base molto ampia. La parete rocciosa retrostante, da cui il lastrone è obbiettivamente staccato da una linea di frattura, sbarra ad emiciclo, in direzione ovest-sudest, la parte posteriore; a questa parete è collegato il “pilastro” sinistro. Sulla superficie della lastra, spaccata in due punti, si osservano dieci piccoli incavi rettangolari, ricavati nella parte più spessa del calcare e variamente orientati per non indebolire la consistenza del piano. Le buche hanno diversa lunghezza, oscillante tra i sessanta centimetri e il metro e venti dell’ultima fossa interrotta dalla frattura dell’estremo meridionale; la loro profondità non supera i quaranta centimetri. Si è forse di  fronte a tombe di bambini utilizzate in epoca greca o paleocristiana. Al momento della loro scoperta, il Ciancio non trovò alcun elemento di datazione, ma, considerata l’avversione dei primi cristiani ai seppellimenti in zone facilmente individuabili, poiché maggiormente esposte ad azioni depredanti, se ne deduce l’uso in periodo greco.

Lungo l’estremo orientale del lastrone corrono due solchi che si congiungono ad angolo retto. Attorno a queste due incisioni si è sbizzarrita certa “letteratura fantastica” dell’epoca, compiacendosi di interpretarli come canalette per lo scolo del sangue di improbabili vittime sacrificali; si tratta, invece, di tacche prodotte dall’estrazione di un blocco di calcare di circa un metro cubo, cavato nel punto che più si confaceva alla misura occorsa. Al di sotto della piattaforma si apre un antro di ben 30 mq., aperto su due lati (nord-ovest e nord-est) e alto poco più di un metro e mezzo.

Uno sguardo superficiale alla struttura avrebbe potuto farci cadere in errori marchiani, superati grazie al contributo del geologo dott. Giuseppe Ansaldi, il cui giudizio tecnico costituisce il prologo e, nello stesso tempo, l’augurio per un’indagine a più largo raggio:“Trattasi di una piccola grotta di abrasione marina modellata nella formazione calcarenitica pleistocenica, qui costituita da un’alternanza di strati più competenti, dello spessore di 0.50 - 1.20 mt., con livelli arenitico-sabbiosi centimetrici. La parete è impostata su una linea di discontinuità con orientamento NW-SE, lungo la quale corre, in questo tratto, l’incisione valliva. Sono presenti pure diaclasi e fratture minori appartenenti ad un sistema subortogonale a quello descritto, con direzione N 30°-35°E. L’intersezione delle due famiglie di discontinuità, ben visibile sul fronte della parte, ha smembrato la roccia in blocchi contigui di vario volume. Secondo tali direttrici si è esercitata l’azione abrasiva marina e quella fluviale. La formazione della cavità è il risultato dell’azione erosiva selettiva della roccia, con asportazione più rapida ed intensa della porzione basale più tenera (straterelli decimetrici arenitico-sabbiosi), fino al contatto con il sovrastante bancone più compatto e resistente che funge da tetto della cavità. Nel progredire dei processi erosivi, le contestuali vicende tettoniche,  sismiche e bradisismiche dell’area, quest’ultime evidenziate dalla sommersione di insediamenti e manufatti d’epoca preistorica e storica, hanno prodotto il distacco della cavità dalla parete rocciosa che, nel suo insieme, ha subito una roto-traslazione verso valle, con apertura a monte di una larga fenditura e inclinazione del sostegno di destra della volta, così come evidenziato dall’accentuata anomala immersione assunta dagli straterelli arenitico-sabbiosi che la compongono.

Il distacco della cavità dalla parete è cronologicamente posteriore alle preesistenze sepolcrali realizzate sulla superficie del banco a tetto della cavità.  Ciò è chiaramente evidenziato dal fatto che la fenditura prodottasi sulla parete, ha interessato, spezzandole, alcune delle celle sepolcrali esistenti sulla superficie superiore del bancone di tetto. Sulla scorta delle osservazioni compiute, non vi è dubbio che si è in presenza di una forma naturale di erosione, del resto assai frequente lungo le falesie costiere e le pareti vallive. È altresì evidente che in tempi preistorici l’originaria forma naturale sia stata rimodellata da interventi antropici di scavo operati seguendo le soluzioni di continuità naturali dell’ammasso roccioso, con l’intento di ampliare e geometrizzare la cavità sino a farle assumere l’aspetto attuale.  Le tracce di tali interventi sono visibili sia nel contorno dei pilastri, cui è stata conferita forma pseudoparallelepipeda, ricavati dalle pareti laterali dell’ingrottato, sia nel bancone calcarenitico di volta, la cui base è stata ripulita dai materiali arenitico-sabbiosi sottostanti seguendone la superficie di stratificazione inferiore”. L’analisi del geologo, dunque, non preclude l’intervento dell’uomo su un impianto naturale che potrebbe essere stato adattato a sperimentate elaborazioni architettoniche. Potrebbe supporsi un intervento a scopo abitativo, ma ciò osta con l’aspetto della struttura: l’apertura dei lati è incompatibile con la logica del ricovero domestico. Qualora si pensasse ad un rifugio occasionale, l’intervento umano lo ha reso così vulnerabile da rendere illogica ogni pur minima considerazione di “riparo”. L’accorgimento, invece, sembra essere il tentativo di “monumentalizzare” un’opera che la provvida Natura avrebbe in massima parte risparmiato agli uomini, ben confrontabile con le poderose costruzioni megalitiche dell’Europa Atlantica. La Sicilia è stata sicuramente testimone del fenomeno dolmenico, perché inserita nel bel mezzo di un circuito viario che nel III millennio a.C. aveva aperto anche all’Occidente, rimanendo coinvolta da un’ondata culturale, proveniente dal continente europeo, i cui effetti non tarderanno a ricontrassegnarne il volto.  [da “ANTICHE PIETRE”. La cultura dei dolmen nella preistoria della Sicilia sud-orientale]

                                                                                       

[1] P. Orsi, Avola. Sepolcri siculi e catacombe cristiane, in «Notizie Scavi di antichità», 1899, pp. 69-70. 2] G. V. Gentili, «Fasti archeologici», IX, 1954 [1956], n. r. 2792. [3] M. T. Currò, Avola. Casa romana in contrada Borgellusa, in «Boll. d’Arte», LI, 1966, p. 94; cfr. pure G. M. Bacci, Avola (1980-1983). Villa ellenistico-romana in contrada Borgellusa, in «Kokalos», II, 1984-1985, pp. 711 e sgg.53 R. M. Albanese, Notiziario, Avola, in «Studi Etruschi», XLVI, 1978, pp. 569-571. [5] Padre e figlio, ambedue insigni docenti di archeologia cristiana presso l’Università di Catania. [6] S. Piccolo, ibidem, tav. XVIII. 

 

 

 


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PANTALICA 
IBLONE  IL SUO REGNO  IL SUO POTERE

 di Laura Cassataro

 

Anaktoròn – resti megalitici del palazzo del principe.                               

 

Nel 728 a.C. gli sfortunati emigranti megaresi di Grecia, dopo aver seppellito il loro ecista Lamis, morto improvvisamente per cause a noi sconosciute appena giunti in terra di Trinacria, dopo aver affrontato varie peripezie, finalmente fondano la loro città lungo la costa ionica, Megara appellata Iblea, come ringraziamento a colui il quale glielo aveva concesso: il re siculo Iblone. I Greci colonizzatori rendono omaggio ad un monarca indigeno, il quale entra a pieno titolo nella scena politica internazionale dell’epoca. Se così andarono i fatti, come suggeriscono studiosi della levatura di Francois Villard e Bernabò Brea, essi dimostrano che il potere di questo re andava oltre il suo villaggio, includendo un vastissimo e ricchissimo territorio. Ci sarebbe da chiedersi con quali straordinari mezzi di avvistamento migliaia di anni fa dalla lontanissima Pantalica, sede del potere di Iblone, si poteva monitorare il litorale! Ma addentriamoci in quello sperone roccioso dei monti Iblei, che si eleva dalla valle dove confluiscono i fiumi Calcinara e Anapo, fortezza naturale accessibile in antico da pochi punti e con difficoltà. Superata la Porta di Pantalica accediamo al pianoro sommitale. Lungo le pareti a picco sul fondovalle migliaia di tombe a grotticella artificiale creano un’impressionante suggestione e la grandiosità del luogo lascia attoniti.

dsc01506_(640_x_480)Il silenzio e la connotazione mortuaria del sito ci trova d’accordo con la spiegazione del toponimo dalla lingua bizantina, Pantalica - “tutti morti”. Circa cinquemila tombe, alcune delle quali utilizzate anche per deposizioni multiple, forniscono un numero enorme di abitanti per un villaggio preistorico: ma esse appartengono a diversi periodi della storia del sito. Infatti, in termini strettamente archeologici, le sette necropoli di Pantalica, indagate principalmente da Paolo Orsi e Bernabò Brea, si articolano in un arco cronologico che va dall’età del bronzo medio a quella del ferro (XIII - IX secolo a.C.). Nonostante la mancanza di acqua sul pianoro, necessaria per impastare l’argilla, i ceramisti di Pantalica forgiarono vasellame straordinario per forme e tipologia, avvalendosi ad un certo punto, del tornio. Iblone aveva ben pensato di farsi costruire un palazzo sontuoso, chiamando maestranze dal lontanissimo mondo miceneo. I resti dell’”anàktoron” (palazzo dell’ànax-principe, terminologia micenea), restituiscono un edificio con quattro ambienti, un corridoio e una fonderia: la zecca di Stato! Un sito di così eccezionale valenza archeologico-paesaggistica, dove si è oltretutto formato l’ethnos dei Siculi, che si è guadagnato l’inserimento nella lista Unesco, necessita urgentemente dell’attuazione di quel progetto di fruizione e valorizzazione turistica che merita.

 

 


 

 

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ALLA RISCOPERTA DEL PLEMMIRIO

di Laura Cassataro 

 

Un promontorio di singolare bellezza, caratterizzato da brevi balze rocciose, con un terrazzamento di modica elevazione, interessato da diversi ingrottamenti terrestri e marini, zona di passa di uccelli migratori, con particolari aspetti vegetazionali: il “Plemmyrin”, penisola di virgiliana memoria che segna il limite meridionale del Porto Grande. Chiamato così dai Greci è oggi denominato contrada Maddalena, Isola della Maddalena o Isola. L’esistenza di una chiesa intitolata a Santa Maria Maddalena è il motivo della denominazione della Maddalena;  Isola potrebbe derivare o dal basso latino “isula”, che in italiano sta per “appezzamento di terreno rinchiuso” (in siciliano “chiusa”) o  dal vernacolo di “penisola”, con riferimento allo scomparso istmo. Per la sua posizione strategica fu sede di frequentazione umana sin dall’età del bronzo medio (sec. XV-XIV a. C.), come i saggi di scavo condotti da Paolo Orsi alla fine del XIX secolo hanno dimostrato: fondi di capanne di fronte allo Scoglio della Galera interessato da tombe con accesso a pozzetto e nuclei di necropoli in località Massoliveri e Capo Murro di Porco, furono messi in luce dall’archeologo. Frequentato nel periodo greco arcaico, durante il quale vennero sfruttate le cave, come risulta dalle numerose carraie (foto) e dall’esame petrografico effettuato su alcuni templi. Fu scenario della “guerra mondiale dell’antichità”, quella fra Siracusa e Atene (413 a. C.) se, come ritiene Orsi, il monumento circolare rinvenuto in località Mondjo, è una fossa sepolcrale relativa a quell’evento bellico. Altre carraie a Massoliveri furono di servizio alle numerose fornaci di calce ivi impiantate in età romana, oggi in parte sommerse. Nella stessa località esiste un interessante sistema di miniere di calcare con pozzi di areazione di impianto medievale. Nonostante le trasformazioni avvenute in tempi recenti, è possibile ancora oggi cogliere la connotazione rurale legata al latifondo dalle masserie sette-ottocentesche esistenti. Nella contrada Carrozze esiste il più antico complesso rurale con un arco datato al 1650 appartenente al nobile Pallavicini Carrozze, già Convento di S. Agostino, trasformato in nucleo abitativo comprensivo di scuola rurale utilizzata sino al 1929. Luogo delle ville delle famiglie nobiliari Milocca e Bonnanno nonché dello storico siracusano Parlato, fu interessato da  costruzioni di villeggiatura anche degli inizi Novecento. La penisola fu rinomata in passato per la produzione di vino bianco e per la Tonnara di Terrauzza, rimasta famosa per la “miracolosa”pesca di 4000 tonni nel 1904. Segni tangibili dell’antropizzazione preistorica e del perdurare di tradizioni secolari rendono particolarmente suggestiva la riscoperta e la salvaguardia del Plemmirio, sottoposto a legge di tutela sin dal 1998 e di recente Area Marina protetta.

 

 

 


 

 

 

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NOTO 1704

di Laura Cassataro

                                                                                  

Anno 1704: con una decisione quanto mai singolare, anche se non unica e raramente riscontrabile in altre parti del mondo, il Governo spagnolo decreta l’abbandono della Noto distrutta dal terremoto del 1693 e pone la prima pietra per la costruzione della nuova città sul colle Meti. L’aspetto umano di questo trasferimento è sicuramente quello di cui molto poco si è parlato: i superstiti dovettero abbandonare i beni  materiali rimasti e mettere da canto l’aspetto affettivo di quei luoghi ove erano vissuti e che avrebbero comunque ricostruito, come avviene normalmente in caso di disastri (Catania ricostruita sempre nello stesso posto dopo le varie eruzioni vulcaniche, Messina dopo il terremoto del 1908…). Nasce così un progetto di un’intera città che viene attribuito al gesuita Fra Ignazio Italia, il quale adotterà un impianto urbanistico scenografico articolato su tre livelli: il corso Vittorio Emanuele (già via del Cassaro), la via Cavour, e il cosiddetto Pianazzo (piano alto, cianazzu in dialetto locale). Achitetti (fra i quali spicca Rosario Gagliardi di Siracusa) capimastri e scalpellini lavoreranno in sinergia dando vita a quel particolare stile barocco netino, che fa famosa la città in tutto il mondo. Al sostrato locale verrà unita la più pura tradizione classica talvolta arricchita con lo stile esuberante nel decoro, detto Churriguerasco (dal nome dell’artista José Benito de Churriguera). Il visitatore che voglia cogliere l’unicità di un edificato per la maggior parte barocco e rivivere il XVIII secolo a Noto, deve fare mentalmente due operazioni: far sparire, con la fantasia ovviamente, tutto il verde urbano e i fabbricati dell’ottocento e del novecento (talvolta stratificati al di sopra di quelli d’impianto originale) e prendere atto di quell’intervento, operato alla metà dell’ottocento, che interessò la via del Cassaro che venne ribassata lungo tutto il suo percorso di almento due metri. Tutti gli edifici che vi si attestano si ritrovarono con le fondazioni a nudo con conseguenze risultate nel tempo di una certa gravità ai fini statici. Nel piano della Cattedrale (spazio oggi frammentato dai marciapiedi e dal lastricato del 1800) sono rappresentati edifici simbolo del potere del tempo: la Chiesa, lo Stato la classe nobiliare ed aristocratica. Dopo anni  di restauri culminati con la ricostruzione delle coperture della Cattedrale lacerata dal crollo della cupola e dei tetti delle navate centrale e laterale destra, oggi è possibile apprezzare le superfici dorate dei prospetti di palazzi nobiliari, di chiese, di conventi e di monasteri e di rimanere ammaliati da queste architetture che ci circondano e ci riportano ai tempi delle famiglie del principe Corrado Nicolaci, dei Rau de La Ferla, dei Landolina Sant’Alfano, mentre il popolo devoto trasporta la vara di San Corrado per quelle che all’epoca erano strade polverose e trafficate da carrozze e carri. (Laura Cassataro, in Siracusa -sulle tracce del passato, Editore Morrone, 200


 

 

NOTO UNA CITTA’ PER DAN BROWN
                     di Laura Cassataro

 

dscf4108_(640_x_480)Noto, risorta dopo l’Iliade funesta del 1693 con una spettacolare e scenografica sequenza di architetture religiose e civili, lascia incantati i visitatori di tutto il mondo. Catturati nel “Giardino di Pietra”, durante il percorso si alimentano dello specifico stile barocco sino a rimanere stupefatti, quando arrivano a Palazzo Nicolaci. Mettono a fuoco i mensoloni scolpiti sotto i balconi che raffigurano figure stravaganti e rimangono ammaliati da uno in particolare: un personaggio calvo dalla fronte corrugata, che regge nella mano sinistra un flauto. Vuole la tradizione che raffiguri Don Giacomo (1711/1760), detto il “gobbo” per il suo aspetto o l’”alchimista” per la sua passione. Sarà proprio lui a far realizzare il Palazzo così come oggi lo ammiriamo nei primi decenni del sec. XVIII. Appartenente alla famiglia Nicolaci di Villadorata, fu Principe dell’Accademia dei Trasformati, filosofo, matematico, astronomo, poliglotta, cultore dell’ermetismo e dell’occultismo. Da Montpellier, città visitata durante il Gran Tour, portò i progetti per la Casa Senatoria e anche per il suo Palazzo, per la cui costruzione si avvalse della professionalità di Gagliardi. Se sull’appartenenza di Giacomo e dei suoi discendenti alla Massoneria non pare possano esserci dubbi, si possono individuare nella loro dimora i simboli dell’associazione. Con questa chiave di lettura interpretiamo le figure dei mensoloni: fanciulli, la crescita; cavalli alati, la purificazione; sirene, la tentazione; leoni alati, l’uomo in cerca della virtù e il flauto del Gobbo, la saggezza. Lo stemma della famiglia (levriero rampante che si appoggia a una colonna), le colonne spezzate nello scalone che porta al piano nobile, sino al cosiddetto “Salone delle Feste”, sulle cui pareti è dipinta con la tecnica del "trompe I'oeil" una balaustra con colonnato e nel soffitto l'allegoria del Carro di Apollo che insegue l'Aurora, le decine di simboli che riempiono tutte le parti di contorno, ci riportano all’atmosfera di una Loggia. Viene allora spontanea una riflessione di più ampio respiro. Nel clima storico e culturale venutosi a creare proprio tra il XVII e il XVIII secolo permeato dalle idee massoniche, quale migliore campo di sperimentazione poteva essere l’impianto di una città di fondazione come Noto. Elementi del binomio architettura-massoneria sembrerebbero vivi ad ogni angolo: colonne tortili, facciate a torre, scale…e il “Palladianesimo”, architettura di Stato della Massoneria, è evidentissimo nella Casa Senatoria. Si vuole solo suggerire come potrebbe essere intrigante uno studio dell’impianto urbanistico simbolico di Noto. Insomma una città per Dan Brown!
Nel flauto del Gobbo come ne “Il Flauto magico” di Mozart il contenuto poteva essere comunicato agli iniziati mediante la simbologia e l’allegoria.

 

 


 

 

 

 

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BAIA della MARZA PARADISO del MARE

  di Laura Cassataro

 

 

“Che posto è questo?!”. Con questa espressione di meraviglia esordì anni fa, in un caldo mese di novembre, un viaggiatore del Nord Italia guidato ai luoghi meno conosciuti del nostro territorio. Era pervenuto, attraverso una trazzera interpoderale, al costone roccioso che guarda alla splendida baia della Marza.

Aveva già apprezzato tutto il tratto costiero del vertice meridionale della Sicilia che da Siracusa, passando per Fontane Bianche, Cassibile, Avola, Vendicari, Cala Mosche, San Lorenzo, Marzamemi, Portopalo, Capo Isola delle Correnti, Punto Rio, Punta Formiche, Longarini, Porto Ulisse, perviene alla Marza. Ammaliato durante il tragitto dalla varietà del territorio, caratterizzato dalla vegetazione tipicamente mediterranea, dalla campagna fertile, da numerosi serbatoi d’acqua naturali, i pantani, animati dall’avifauna (fenicotteri, aironi, cigni, pellicani, cormorani, germani reali….) e da coste tra le più suggestive, aveva cominciato ad avere la sensazione di essere veramente ai confini estremi del meridione d’Italia dove la stessa luce solare muta d’intensità: una Sicilia talvolta impervia, dove trazzere, muretti a secco e approdi costieri evidenziano un aspetto minore, ma non privo di importanza per la sua tipicità.

Questo tratto di costa, frequentato dall’uomo sin dalla preistoria, custodisce la spiaggia conosciuta col nome “Marza” delimitata a sud dalla Punta Ciriga, anche se, in effetti, con questo toponimo vengono indicate altre due spiagge vicine, oltre a una frazione del comune di Ispica.  

La parola ha origine dall’arabo “marsà” e indica un riparo costiero, una rada, un porto.

Il sabbioso letto assolato della Marza, punteggiato da egagrofile, protetto dall’alta scogliera argillosa il cui margine verdeggia di timo, santoreggia, palma nana, elicriso, euforbia, rosmarino e ginepro coccolone, bagnato da un mare cristallino dal fondale bassissimo, dove emergono due faraglioni che sembra siano stati posti a guardia di questo “paradiso del mare”, è raggiungibile solo da chi ben conosce i luoghi.
Una spiaggia mozzafiato che non ha nulla da invidiare a quelle dei Caraibi. Probabilmente sarà sfuggito a molti, per la rapidità delle sequenze, che è stata oggetto di riprese televisive per spot pubblicitari della Tim, animati da bagnanti, cani parlanti e da affascinanti modelle. Di fronte ad un pianeta quasi al collasso, abbiamo il dovere di rispettare luoghi catartici come questo che affinano nell’essere umano la coscienza della sua esclusiva sensibilità razionale e ci impongono di considerare la natura come un’opera d’arte, un essere vivente che cerca di sottrarsi a chi vuole soggiogarlo, con un suo equilibrio che anzichè essere alterato dall’uomo dovrebbe essere imitato come già Johann Wolfgang von Goethe nel lontano XVIII secolo ci aveva suggerito.

 

 


 

 

 

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MEGARA IBLEA TRA SOGNO E REALA'
di Laura Cassataro

 

A circa km 12 da Siracusa lungo la strada statale 114 in direzione nord un cartello indica il sito archeologico di Megara Iblea. Attraverso una zona depressa, caratterizzata dalle ciminiere degli stabilimenti petrolchimici svettanti tra i pochi alberi e dall’odore intenso e acre che sprigionano, si giunge nei pressi della costa. Alcuni sarcofagi greci collocati sotto un filare di cipressi anticipano la connotazione del luogo. Entriamo nella zona dello scavo percorrendo un viottolo sino alle rovine della città che, fondata nel 728 a.C. da coloni provenienti da Megara Nisea di Grecia fu portata in luce da  Paolo Orsi (1888-1921) e indagata sistematicamente negli anni ’50 e ’70 del XX secolo da archeologi francesi (Villard, Vallet, Auberson, Gras).
La lettura di uno scavo archeologico non è cosa facile, ma anche al visitatore non addetto ai lavori apparirà chiaro che i livelli superiori delle murature sono nettamente differenti rispetto ai sottostanti poiché la Megara arcaica verrà distrutta da Gelone nel 483 a C. e dopo l’abbandono durato più di un secolo, verrà ricostruita riutilizzando spesso i materiali della prima città.

Dalle varie passerelle metalliche si può percepire la globalità del sito individuando i paletti di colore diverso (rosso per la città arcaica, verde per l’ellenistica) e prendere familiarità con l’organizzazione della città nelle due fasi storiche. Sono visibili solo le parti basamentali dei muri delle case ma ciò non toglie fascino e stupore, come quando si entra in quella del ricco Gneo Modio dotata anche di terma privata; vedere le mura, le strade, i pavimenti, edifici pubblici, templi, forni e fornaci, questo è Megara!
E la magia è tale che ci immaginiamo il gineceo all’interno di una casa dove una schiava sta facendo una pettinatura di gran moda,  il “cappello di capelli” (la permanente) alla sua padrona con un ferro scaldato sul fuoco e un’altra passa il cerussa (fondotinta) sul viso. Sostando nell’agorà, ci si può suggestionare al punto da immaginare i megaresi vestiti con chitone e mantello, che mangiucchiano cicale, castagne abbrustolite e praticano il gioco d’azzardo mentre altri concludono affari e discutono di politica, mentre dal Pritaneo (cuore simbolico e politico della città) si sentono voci concitate poiché è in corso una riunione di magistrati. Approssimandosi l’ora di pranzo, la maggior parte dei cittadini, consuma il pasto in piedi presso bancarelle - fast food  o nelle taverne.
E a tarda sera ci incuriosisce una donna megarese, un’etéra dai biondi capelli che attraversa il portico per andare nel quartiere sud, e la suola chiodata dei suoi baucides (sandali con la zeppa) lascia l’impronta della parola “seguimi”… Ritornando a casa passando tra ciminiere e serbatoi si ha l’impressione di un triste risveglio dopo un piacevole sogno

 

 

 

 

 

 

 


 

spada