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Federico e non soloIn questa sezione: SIRACUSA, una città oltre il mito di Laura Cassataro
SIRACUSA e il suo territorio di autori vari
per saperne di più:
Laura Cassataro Laura Cassataro SIRACUSA - GUIDA AL PARCO ARCHEOLOGICO SIRACUSA - SULLE TRACCE DEL PASSATO A GUIDE TO THE ACHAELOGICAL PARK ITALIANO-INGLESE Editore Morrone, 2010 Editore Morrone, 2008
SIRACUSA UNA CITTA' OLTRE IL MITO
Siracusa- Ortigia, foto aerea
Fontana di Diana in piazza Archimede, opera dello scultore Giulio Moschetti di Ascoli Piceno,
La Fontana di Diana in piazza Archimede venne realizzata nel 1906 da Giulio Moschetti, scultore di Ascoli Piceno (1847-1910). Lo scultore intraprese lo studio della scultura sotto la guida di Giorgio Paci, artista ascolano neoclassico, da cui trasse l’amore verso le forme rigidamente classiche, che certamente rappresentano l’elemento portante della sua formazione. Dopo una breve sosta a Firenze, si recò a Roma, dove frequentò l’Accademia di San Luca e dove diede inizio ad un’intensa attività eseguendo numerose sculture e partecipando a vari concorsi in molti dei quali riuscì vincitore. Nel 1878 fu costretto a lasciare Roma perché ammalato di cuore e di asma e scelse di vivere a Catania per il clima mite. Per questa città realizzò diverse opere tra le quali, nel 1906, la Fontana di Proserpina nei pressi della stazione ferroviaria. Nello stesso anno realizzò la Fontana di Diana per la città di Siracusa collocata al centro della piazza Archimede. Essa sostituì il grande lampione, che venne collocato nella parte centrale di piazza Santa Lucia alla Borgata. L’opera scultorea venne eseguita da Giulio Moschetti con l’aiuto del figlio Mario in dieci mesi e il compenso fu di L. 19.000. L’opera venne realizzata in cemento armato, materiale che si cominciò ad usare proprio agli inizi del XX secolo; essa guarda a sud e non al corso Matteotti, che ancora non esisteva, essendo stato realizzato con lo sventramento operato nel periodo fascista. La fontana rappresenta il mito di Aretusa ed è articolata su tre ordini di elevazione. Al centro, in posizione dominante, su un alto basamento foggiato a scogliera, è la figura di Diana (ma sarebbe più giusto appellarla Artemide) con l’arco la faretra e il cane; per la sua creazione, come si narra, lo scultore prese a modello una donna siracusana.Ai suoi piedi è rappresentata Aretusa nel momento in cui la dea sta per trasformarla in sorgente per sottrarla alle insistenze amorose di Alfeo, che si sporge a destra della dea sorpreso per il prodigio della metamorfosi che sta per avvenire. Sul piano del secondo ordine trovano posto, all’interno della vasca, quattro gruppi scultorei, che rappresentano una famiglia di Tritoni. Il Tritone e la compagna col piccolo in braccio, cavalcano ciascuno un pistrice; i due Tritoni adolescenti montano due cavalli marini. Questi mitici personaggi rappresentano il mare, elemento dove si conclude la storia d’amore. La vasca monolitica, in graniglia rossa, è sormontata su quattro lati da mascheroni (all’interno) e stemmi. La sua forma mistilinea proseguiva idealmente nell’originaria pavimentazione della piazza (sostituita dall’attuale nel 1980-’81) che riportava il segno grafico di una stella ad otto punte.
C'ERA UNA VOLTA LA NINFA ARETUSA
La Fonte Aretusa. La definizione dialettale “a funtana e pàpiri”, ormai generalizzata anche nel linguaggio delle nuove generazioni, rischia di far perdere nella memoria collettiva la connotazione di “sorgente” e l’appellativo della ninfa: “Aretusa”! Il vicino ronco definito nella lapide ” Ronco I alla fontana", che non fa che ufficializzare tale errata denominazione. C’era una volta la ninfa Aretusa, il cui nome, dal greco, significa “la virtuosa”. Aretusa era sacra ad Artemide, la dea della caccia e a lei aveva fatto voto di castità. Racconta il mito che in un giorno molto caldo, la ninfa si trovava in un bosco di Grecia. Stanca e accaldata, decise di fare il bagno in un fiume che scorreva fra gli alberi, invitante. Aretusa si spoglia dei suoi veli e comincia a nuotare nelle acque del fiume.
Tratto di carraia che convergeva nella cosiddetta porta scea. E’ ubicata nella balza di Scala Greca prospiciente la contrada Targia (uscita Nord per Catania).
L’impulso alla viabilità antica nasce in Occidente con la fondazione delle colonie greche. Ma i Greci non diedero certo vita ad una viabilità stabile e regolare frutto di una volontà progettuale. Probabilmente gli stanziamenti di coloni, venuti dal mare, comunicavano fra di loro preferibilmente tramite il mare stesso. Preoccupazioni di carattere difensivo dovettero influire, in un primo momento, sulla scarsa realizzazione di strade. E’ indubbio, tuttavia che il consolidamento delle principali colonie si accompagna ad una politica di espansione territoriale e, quindi, allo sviluppo viario caratterizzato da piste che, col tempo, divenivano definitive per il ripetuto uso. Queste considerazioni valgono, non solo per le strade extraurbane, ma anche, in larga parte per quelle urbane. E’ il caso della colonia corinzia Siracusa che, ancora oggi, nonostante la stratificazione successiva e l’enorme sviluppo dell’edificato moderno, ci offre l’opportunità di osservare tratti di quelle antiche strade che, l’archeologo Paolo Orsi ebbe a definire amaxitoi odoi, cioè strade frequentate da carri (le trazzere utilizzate sino al XIX secolo). Nel nostro territorio, particolarmente caratterizzato dalla presenza di banchi calcarei, la traccia materiale della strada greca è facilmente rilevabile: le ruote dei carri, passando ripetutamente sopra il tenero calcare, vi lasciavano i solchi. Un preciso inquadramento cronologico delle carraie è molto difficile. Tuttavia, si può ritenere certo che a maggiore profondità dei solchi e più ampio interasse, corrisponde maggiore antichità. Numerosi gli esempi di carraie in città: ad esempio sono presenti solchi molto profondi nella contrada Grotticelle nell’area della cosiddetta Tomba di Archimede, la cui lettura è molto facile anche ai non addetti ai lavori. Aveva ragione Paolo Orsi quando sosteneva che la storia che ci raccontano le carraie è una storia in vivo contrasto con lo splendore spiegato dai Greci in tanti altri rami della pubblica edilizia. Ad esempio, le grandiose mura dionigiane ci parlano dell’abilità straordinaria delle maestranze che vi lavorarono. Lungo le mura sappiamo, dallo storico Polibio, dell’esistenza di una porta a 6 aperture (Exapylon): di essa nulla rimane, ma le tracce di una porta scea (termine di omerica memoria che indica un’apertura che ha il lato destro più avanzato e a quota superiore rispetto a quello sinistro, in modo da permettere un migliore controllo degli attacchi esterni e, quindi, una tattica difensiva più efficace) di recente riportate alla luce nella zona Nord di Siracusa, poco distante dalla contrada Targia, fanno pensare ad una probabile pertinenza con l’ Exapylon. La carraia che viene presentata nella foto convergeva nella porta scea; la tipologia della strada evidenzia di come dovevano essere faticosi i viaggi dei Greci, il trasporto delle derrate alimentari e i collegamenti in genere, aspetti veramente umili e forse poco noti ai più.
Piazza Duomo. Le linee nere sulle basole che la pavimentano sono il segno grafico delle tracce di fondazione di due strutture sacre: la più antica, l’oikos, dell’VIII sec. a.C. inglobata in un’altra di VII sec.a.C., rinvenute da Giuseppe Voza durante la campagna di scavo 1996-1998. Una lunga linea nera corre parallela al Palazzo Arcivescovile indicando una sottostante strada greca.
Il cuore del centro storico di Siracusa, Piazza Duomo, mostra in quasi tutti gli edifici che l’attorniano, lo stile barocco sia precedente che successivo al noto evento sismico del 1693 che colpì la Sicilia Sud-Orientale. Tuttavia essa ci parla di tutta la storia della città: dalla fase preistorica ad oggi! Storie dalla terra ci erano state raccontate dall’archeologo Paolo Orsi, con le sue campagne di scavo dal 1912 al 1917 nella via Minerva, non solo sull’esistenza di un tempio greco arcaico, anteriore quindi a quello classico inglobato nella Cattedrale, ma anche di fondi di capanne preistoriche datate alla media età del bronzo (XIV sec. a.C.), dando conferma alle parole dello storico Tucidide, il quale riferiva che, quando l’ecista di Corinto, Archia, fonda la città in Ortigia, non trova il sito deserto ma interessato da un insediamento siculo. Scavi condotti negli anni ’60 del XX secolo da Vinicio Gentili e poi da Paola Pelagatti sotto il Palazzo del Senato, fornirono altri elementi materiali sia per il periodo preistorico (capanne) che greco (stilobate del tempio ionico del VI sec. a.C.). Se aggiungiamo a questi, i dati della più recente campagna di scavo condotta da Giuseppe Voza (1996-1998) nella piazza del Duomo, prima della sua ultima pavimentazione, abbiamo qui, nell’area della Cattedrale, la prova materiale della storia più antica della città. Il periodo preistorico ci viene documentato a livello di semplice frequentazione per l’età neolitica (V millennio) e di impianto stabile per l’età del bronzo antico (XXII – XV sec. a. C.), come documentato da una grande capanna ellittica scoperta nella zona antistante l’edificio della Sovrintendenza, unitamente a materiali dello stesso periodo rinvenuti nello scavo di fronte alla Cattedrale. Il periodo che va dalla media e tarda età del bronzo all’età del ferro (XIV-IX sec. a.C.) è attestato da una notevole quantità di cocciame, così come quello greco dall’VIII (che evidenzia una iniziale convivenza con gli indigeni) al II sec. a.C. Se si sceglie come punto di osservazione la scalinata del Duomo, si vedranno delle linee nere realizzate con piombo fuso, che formano un rettangolo all’interno di un altro, segnate sulle basole della pavimentazione della piazza. Esse indicano l’esistenza nel sottosuolo delle tracce del più antico edificio sacro della Siracusa greca, un semplice òikos, una casa di culto, il cui elevato doveva essere o in mattoni crudi o in legno (m 9,20 x m 6) e del quale è stata individuata la parte perimetrale, della fine dell’VIII sec. a.C. Esso venne inglobato in un tempio di fine VII-VI a.C. m 16,20 x m 10,50 (smantellato già in antico), rappresentato dal rettangolo più grande. Sappiamo che la prima preoccupazione dei Greci, quando fondavano una città, era quella di sacralizzare il suolo; possiamo ritenere che questo tempietto rappresenti l’atto di fondazione della colonia. I risultati dello scavo di Giuseppe Voza hanno, dunque, egregiamente documentato la sacralità del luogo, coronando, inoltre, il sogno irrealizzato di Paolo Orsi: trovare l’edificio primo dell’acropoli, che già l’aveva individuato come il principale santuario della città.
Grotta di Artemide a Scala Greca, che nel suo relativo isolamento rappresenta una pagina della complessa storia della Siracusa greca. In primo piano l’altare di pertinenza al luogo di culto.
La località di Scala Greca che rappresenta un punto nevralgico della città moderna, lo fu anche per la città greca. Le numerose carraie che solcano la roccia testimoniano il nodo stradale che da Siracusa si dipartiva per Megara Iblea, Lentini e Catania e che metteva in comunicazione col proasteion (piccolo abitato) sul porto del Trogilo (presso la Tonnara di Santa Panagia). Il borgo comprendeva una zona sacra e la necropoli a nord. Lungo l’estrema propaggine della balza rocciosa contigua a quella che era la vecchia strada provinciale, e oggi visibile dalla statale 115 a sinistra per chi esce da Siracusa, si aprono alcune grotte. La prima fu oggetto di indagine archeologica da parte di Paolo Orsi nel 1900, che rivelò la sua frequentazione da parte dell’uomo a partire dal periodo greco (fine del V sec. a.C.) sino all’età bizantina, medievale e oltre. La grotta è attraversata da un tratto di acquedotto greco con relativo pozzo di attacco, della fine del VI- inizi del V secolo a.C., che serviva i quartieri di Tycha e Akradina. La presenza dell’acqua all’interno della grotta avrebbe potuto fare pensare ad un Ninfeo, ma così si esprime Paolo Orsi: nulla che accenni a tale culto fu colà rinvenuto e nulla di arcaico, anzi, singolare coincidenza, nulla del V secolo ma del IV e del III di guisa che sembra risultare la grotta abbia cominciato ad essere luogo di culto solo poco prima che l’acquedotto cessò di funzionare. Nel periodo classico la grotta fu, dunque, adibita a luogo di culto. Una conca sacrificale, le cui pareti interne presentavano tracce di bruciature si trova al centro dell’antro, e restituì frammenti di ossa combuste e di terrecotte votive. Davanti all’ingrottamento (in origine decorato da una cornice parte in pietra e parte in stucco ed arricchita con elementi scultorei fissi o mobili), vi è una panca lunga quasi 7 metri, dipinta in origine in rosso, utilizzata per l’esposizione delle offerte votive e vi sono alcuni sedili per i fedeli che qui avevano convegno per i sacri riti. Visibile, inoltre, un altare rettangolare (3,70 x 2,10 metri) che era arricchito, nella sua parte elevata, da elementi scultorei in pietra calcarea come si evince dal rinvenimento di un frammento di ala e da un altro di panneggio. Nonostante i saccheggi, Orsi raccolse parecchie centinaia di frammenti relativi a teste, maschere, parti di figurine in argilla e vasetti e ancora frammenti che rappresentano asce, fiaccole, tronchi d’albero (talvolta palme), cani, leoni, pantere, lepri, cavalli, capre, maiali, grifi, uccelli (IV-III sec. a.C.). Attraverso l’accurata analisi di queste terrecotte, Paolo Orsi identificò il culto e la divinità a cui fa riferimento la grotta di Scala Greca: Ed ormai il nome di Artemide e di Artemision apparirà a tutti giustificato. A seconda degli attributi Artemide è la dea della natura (con alberi) e il suo culto si effettua non solo nelle città, ma anche in riva al mare, sulle montagne, presso le sorgenti e nei boschi dove, sugli alberi si appendevano le offerte votive; è protettrice dei campi, dell’agricoltura e dell’allevamento (cavallo, maiale…); è protettrice degli animali, con cervo, pantera, leone sul capo dei quali poggia la mano; è dea della caccia notturna (fiaccola) e diurna (cane, lancia, ascia..); è protettrice dei naviganti, con le barchette sulle spalle, dei viaggiatori e commercianti terrestri, dea della vita e della morte, della fertilità e dei parti, è dea della guerra.
Uno dei pozzi d'ispezione dell'acquedotto Galermi ubicato nei pressi di via Rosario Carta. Nel XIX secolo veniva chiamato Saja della Bella Femmina il famoso canale Galermi, realizzato dal primo tiranno di Siracusa, Gelone, dopo la sconfitta inferta ai Cartaginesi ad Imera nel 480 a.C. Non conosciamo il nome originario dell’acquedotto (Galermi è di origine araba e significa buco d’acqua); vista la sua cronologia, stupisce ancora l’uomo contemporaneo per la sua grandiosità e si può considerare una delle opere idrauliche più imponenti del Mediterraneo che rivela l’intelligenza e la sagacia dei suoi realizzatori, che secondo la tradizione, si servirono anche del lavoro dei prigionieri cartaginesi. Sabotato durante l’assedio romano della città nel 212 a.C., verrà ripristinato soltanto nel 1579 ad opera del marchese di Sortino, Pietro Gaetani, il quale ne utilizzò le acque per far lavorare quattro mulini nel suo feudo,
Hotel Panorama, locus sepolturae
Grazie a recenti opere di ristrutturazione dell’Hotel Panorama, ubicato nella via Grotticelle, oggi è stato reso fruibile un locus sepolturae che venne scoperto nel 1957 durante i lavori per l’allora costruendo albergo.
“Degna di meraviglia più che il restante delle rovine di Siracusa è certamente l’antica fortezza Labdalo (…) E’ assai singolare che nessun viaggiatore abbia esaminato questo meraviglioso monumento. Né d’Orville, né i viaggiatori moderni, Brydone, Borch e Riedesel, il quale d’altronde è stato attento osservatore degli avanzi di antichità, ne fanno alcuna menzione. Swimburne vi passa vicino a cavallo, vede quei sotterranei degni almeno di esser veduti, ne parla pochissimo. Ugualmente lacunosi sono gli autori del Voyage Pittoresque de Sicile. Che io non abbia commesso come molti altri l’errore e non abbia perduto il piacere di vedere Labdalo…ne devo essere grato al mio amico Landolina. Houel ha tutto disegnato. I lettori potranno rilevare in lui rapportato tutto ciò che io in mancanza di conoscenze architettoniche ho imperfettamente descritto”. Con queste parole, nel 1775, il viaggiatore tedesco F. Munter esprimeva il suo rammarico per il “poco visitato” cosiddetto Castello Eurialo (Labdalon) che all’epoca non destava grande interesse. Oggi la situazione, in proporzione al tempo trascorso, non è poi migliorata di molto: la più importante fortezza greca d’Europa, con 15.000 mq. di superficie, realizzata in una posizione invidiabile che permette di apprezzare il territorio a trecentosessanta gradi, non è tra i siti archeologici fra i più visitati! Spesso la poca informazione su questo straordinario esempio della poliorcetica greca fa ritenere ai turisti di andare a visitare un castello appartenuto ad Eurialo e magari anche a Niso! Eurialo, dal greco euryalos – chiodo dalla larga testa, borchia -, sta ad indicare la conformazione del costone roccioso ove fu edificato. Ulteriore confusione s’ingenera quando la paternità è data all’intera costruzione al tiranno Dionigi, al quale, si deve invece la realizzazione del circuito murario di Siracusa (km. 27, V sec. a.C.) che precedono cronologicamente la fortezza. Una porta (cosiddetta a tenaglia, del IV sec. a.C.) raccorda il sistema difensivo murario all’Eurialo vero e proprio che, lungi dal somigliare ad un “castello” di tipo medievale si compone di 3 fossati molto profondi mai riempiti d’acqua, di torri, di un mastio, di un sistema di gallerie sotterranee, di cisterne, di magazzini. Il tutto risulta frutto di alta specializzazione tecnica che, nell’impiego di blocchi in pietra calcarea, mette in opera il bugnato nelle pareti a vista. Lo stile delle gronde leonine a coronamento delle torri, in origine alte m. 15 (esposte nel settore D del Museo archeologico), e le considerazioni generali sul complesso, lo fanno datare al età ieroniana (III sec. a. C.) e fanno ritenere possibile un intervento in fase progettuale del grande Archimede. Alcuni elementi, a nostro avviso poco spiegabili in chiave militare, come il bugnato e il presunto ponte levatoio, consiglierebbero un attento esame dell’intera fortezza alla luce di dati materiali che ci auguriamo possano esserci forniti da prossime e necessarie indagini di scavo. A tal riguardo, considerando il riutilizzo in fasi successive (periodo bizantino) dell’ Eurialo, sarebbe interessante ricercare eventuali interventi del periodo federiciano, ritenendo che, difficilmente una simile posizione strategica, potesse essere sfuggita al grande imperatore svevo, il cui Castello Maniace si pone in linea d’aria direttamente in asse con esso.
Piccola cavea del teatro di pertinenza al Santuario. Le gradinate prossime al piano dell’orchestra vengono a trovarsi spesso immerse nell’acqua, tuttavia risultano discretamente conservate e presentano soltanto modeste sconnessioni e tracce di erosione e sfaldamento delle superficie dei blocchi calcarei. Alcuni sedili sono distaccati.
Lungo la moderna via Elorina di Siracusa è ubicato un sito archeologico poco visitato e poco conosciuto: si tratta del cosiddetto Ginnasio Romano, appellativo erroneamente attribuito quando venne scoperto per la prima volta, perché identificato con quello menzionato dalle fonti, esistente vicino all’agorà. Indagato e pubblicato dallo Schubring nel 1865, non ha ricevuto sino ad oggi l’attenzione e la divulgazione che merita. L’interesse per questa zona si è riaccesa, da parte dell’archeologia ufficiale, soltanto nella metà degli anni ’90 del XX secolo, grazie allo scavo condotto da Lorenzo Guzzardi nell’area prossima alla Piazza Stazione, ad ovest del complesso monumentale in esame. Nella parte più a sud di quest’area sono venuti alla luce un muro e resti del crollo di un tetto, datati al periodo tardo-romano; l’esistenza di una falda freatica non ha facilitato il lavoro né ha permesso ulteriori approfondimenti. Ampi tratti murari di ambienti probabilmente identificabili come magazzini, cronologicamente inquadrati nello stesso periodo, sono stati scoperti durante la stessa campagna di scavo. All’ingresso del cosiddetto Ginnasio Romano (identificato anche come Timoleonteon), da poco tempo, è comparsa una nuova tabella che ci informa che si tratta di "un piccolo teatro romano"; tale definizione non ci soddisfa appieno e ci sembra, anzi, che sminuisca tutto il complesso edilizio dal momento che il teatro, se di teatro si tratta, non è che uno degli elementi che lo compongono. L’ingresso attuale, nell’angolo sud, non è quello originario che doveva, invece, aprirsi lungo il versante est come il rinvenimento di un frontone marmoreo lascia supporre. Quello che il visitatore probabilmente non riesce subito a cogliere e che, entrando si è già all’interno di una corte oggi interessata da un manto erboso messo a prato, circondata da un quadriportico di cui, purtroppo rimane solo il tratto nord che si affacciava sull’antica elorine odòs (via Elorina), di cui rimangono tracce incassate tra il portico e un muro parallelo. I portici erano sopraelevati di m 1,80 e ognuno di essi misurava più di m 50. Una scala ne permetteva l’accesso. Si consiglia di portasi verso il lato ovest e quindi si perverrà in prossimità della parte superstite della cavea di un piccolo teatro del diametro di m 18,90. L’edificio era interamente costruito in artificiale per mezzo di blocchi di calcarenite locale bianca, rivestiti da lastre marmoree. Esso era composto in origine da 4 cunei; indivisa è la proedria, cioè i sedili riservati alle autorità. Si conservano solo 5 sedili della cavea inferiore. Un tratto dell’analemma (muro di contenimento), anch’esso in blocchi di calcarenite, insiste sul portico. Il piano dell’orchestra (in origine pavimentato con marmi policromi), si presenta costantemente colmo d’acqua, venendosi a trovare in una zona di depressione interessata anche dalla falda freatica già menzionata. L’edificio scenico si eleva su pianta rettangolare e di esso ci rimane solo la base. Era addossato alla parete nord-ovest del tempietto con cui, quindi, faceva corpo unico. La scaena frons (fronte-scena) doveva essere architettonicamente realizzata e fornita di un buon apparato scultoreo. Le maestranze locali dovettero lavorare in sinergia con altre di origine microasiatica, come l’impiego di marmi orientali, quali il proconnesio e i tasio, unitamente ai materiali locali, lascerebbe ragionevolmente supporre. La costruzione quadrata, su cui si addossa la scaena frons, è elevata su un podio ed è accessibile per mezzo di scale; viene interpretata come un tempio di tipo italico orientato est-ovest e contornato da colonne con capitelli corinzi, che sostenevano la trabeazione. Il Tempio di Iside a Pompei è il confronto più diretto. L’altare è posizionato pochi metri ad est, davanti al tempio. Singolare la presenza di un pozzo nel suo interno e un altro al di fuori del portico est. La datazione complessiva del complesso edilizio è compresa tra la fase ellenistica e quella romana (fine II sec. a.C./inizi I sec. a.C.- seconda metà del I d.C.). Allo stato attuale degli studi, non è possibile né interpretare, né immaginare l’originaria collocazione dei numerosi elementi architettonici e scultori erratici (frammenti di colonne, capitelli, mensole, cornici, sculture…), che sono adagiati qua e là nell’area archeologica messa a prato. Gli elementi di trabeazione, di architrave, del soffitto a cassettoni romboidali e rettangolari, potrebbero appartenere al tempietto.
L’etimologia del nome Serapide si fa risalire ad Osiride-Apis=Osirapis, Serapis. Divinità risultante da un sincretismo dell’egizio Osiride-Apis col greco Zeus-Hades e onorata particolarmente ad Alessandria. Le origini di questo culto, che appare come una delle più geniali creazioni politico-religiose dei primi Tolomei, sono incerte e affidate a notizie favolose e contraddittorie riferite dalle fonti antiche" (da E.A.A.). I dati di scavo permettono di attribuire a Tolomeo III (264-221) l’edificazione (o una ricostruzione?) del tempio dedicato al dio ad Alessandria. Il simulacro di Serapide sarebbe stato trasportato ad Alessandria , secondo alcuni da Sinope, secondo altri da Seleucia e, ancora, da Babilonia o da Menfi. Secondo un’altra versione, poi, la statua si trovava già a Rhakotis, il sobborgo di Alessandria, ove poi sorse il Serapeo, ai tempi di Alessandro. Il simulacro di Serapide, commissionato da Sesostris, sarebbe stato realizzato da Bryaxis, che avrebbe utilizzato ben sei metalli e tutte le pietre preziose d’Egitto unitamente alle ceneri di Osiride e Apis. Numerose rielaborazioni del tipo della statua, di età romana, sono custodite in vari musei del mondo, dal Cairo sino a Baltimora. Una lunga serie di opere cosiddette minori, come monete, pietre incise, cammei, rilievi, lampade, suppellettili, inoltre, ci possono fare risalire al tipo della statua originaria .
Anfiteatro di Siracusa, denominato colosseo ed anche fossa dei granati (melograni) sino agli inizi del XX secolo. Poteva ospitare 15.000 spettatori ed è datato al I secolo, con ampliamenti e rifacimenti sino al III/IV secolo. La sua maestosità conferma una fase romana della città sicuramente più importante di quanto non si sia soliti considerarla. L’anfiteatro di Siracusa, denominato sino agli inizi del XX secolo fossa dei granati (per le probabili colture di melograni) ed anche colosseo, come il ben più famoso di Roma, è il più grande di Sicilia ed uno dei più grandi del mondo romano, ma è allo stesso tempo uno dei più sconosciuti. Stupore e meraviglia colgono il visitatore straniero ed italiano nell’apprendere che la sua cavea è stata in parte scalpellata nella roccia e in parte costruita su terrapieno, nonché costruita in artificiale raggiungendo un’altezza di 30 metri dalla quota dell’arena. A causa delle despoliazioni operate dagli spagnoli a partire dal XVI secolo a beneficio dell’elevazione delle mura ortigiane (antico sistema di “riciclaggio”), oggi ci rimane molto meno della metà dell’edificio che, con gallerie coperte, rampe, corridoio a cielo aperto (diazoma) e spiazzi antistanti agli ingressi, ci fornisce l’idea di uno straordinario anfiteatro che aveva in origine una capienza di 15.000 spettatori. Ed era anche provvisto di telone di copertura (velarium) sulla cavea, come indizi archeologici lasciano supporre. Gli spettatori venivano invogliati ad andare ad assistere ai “giochi”, con volantini che pubblicizzavano l’esistenza di questo dispositivo. L’elìte romana di Siracusa prendeva posto nei sedili marmorei collocati prossimi all’arena, come provato dalle iscrizioni che recano i nomi di numerose famiglie nobiliari: posti riservati a vita! I cavalli potevano intanto rifocillarsi nell’abbeveratoio ubicato nell’ippoparco all’ingresso principale a sud (oggi lungo il viale Paolo Orsi), vero e proprio parcheggio per carrozze e relative “forze motrici”, in attesa della fine dei giochi. I gladiatori deambulavano nella galleria che corre sotto i posti vip e accedevano all’arena dalle aperture lungo il parapetto (vomitoria). La sabbia (in latino arena), che dà il nome alla pista da combattimento, veniva messa abbondantemente per assorbire il sangue sia dei lottatori che degli animali durante le cacce. La grande botola al centro era coperta da un impiantito di legno semovente che, sollevato all’occorrenza, faceva balzare improvvisamente gli animali di fronte ai cacciatori! La folla andava in visibilio e sappiamo che l’atmosfera poteva surriscaldarsi a tal punto fino a degenerare in vera e propria guerriglia come raccontato dall’annalista romano Tacito. Nell’anno 59, nocerini e pompeiani si ritrovarono come spettatori all’anfiteatro di Pompei. L’episodio è rappresentato nell’affresco che, proveniente dalla Casa del Gladiatore di Pompei, è esposto al museo di Napoli (vedi articolo successivo).
Anno 59d.C. anfiteatro di Pompei Nocerini e Pompeiani si ritrovano insieme per assistere ai ludi,come dire il derby. Prima ancora che inizino i combattimenti nell’arena, l’atmosfera tra gli spettatori comincia a scaldarsi e, in un crescendo di ingiurie, lanci di sassi e, infine, ricorso alle armi, la situazione degenera in una vera e propria guerriglia! Cronista dell’epoca l’annalista romano Tacito, il quale negli Annali (XIV,17), riporta su carta gli episodi salienti e l’epilogo di questa ben nota vicenda romana. "Fotografo"abile e professionalmente rigoroso, un pittore rimasto anonimo, il quale rappresenta a fresco l’episodio di Pompei su una parete della Casa del Gladiatore di quella città. Tale prezioso documento si trova attualmente esposto nel Museo Archeologico di Napoli.Ma riportiamo fedelmente il testo di Tacito: "In quell’epoca si ebbe un fiero massacro tra Pompeiani e Nocerini, originato da una futile causa in occasione di ludi gladiatori banditi da quel Levineio Regolo, che ho già ricordato espulso dal Senato. Dapprima si scambiarono ingiurie con l’isolenza tipica dei provinciali, poi passarono alle sassate, alla fine ricorsero alle armi, prevalendo i cittadini di Pompei, presso i quali si dava lo spettacolo. Furono perciò riportati a casa molti di quelli di Nocera col corpo mutilato per ferite e, in quella città parecchi fra i cittadini piansero la morte dei figli e dei genitori. Il principe (Nerone) deferì al Senato il giudizio su questo fatto, il senato lo affidò ai consoli, poi, quando la faccenda passò di nuovo al Senato, fu deliberato di vietare ai cittadini di Pompei per dieci anni simili pubbliche riunioni: fu poi ordinato lo scioglimento di quelle associazioni che si erano costituite contrariamente alle disposizioni di legge. Livineo e coloro che avevano provocato il tumulto furono condannati all’esilio". Dopo ben duemila anni storie come questa si ripetono ogni domenica nei nostri stadi di calcio a causa di "tifoserie" che, purtroppo, con lo sport nulla hanno a che vedere come i recentissimi episodi accaduti a Roma tristemente ci confermano.
Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi in via Teocrito, interno. Il primo museo di Siracusa può essere considerato quello sistemato alla fine del XVIII secolo in un ambiente del Palazzo Arcivescovile. Nel 1811 questa piccola collezione darà vita al Museo Civico che diventerà Nazionale nel 1878 ed ufficialmente inaugurato l’11 aprile del 1886. L’attuale Museo Regionale fu iniziato nel 1967 ed inaugurato il 16 gennaio del 1988.
Il Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi della nostra città è uno dei più importanti d’Europa. Inaugurato il 16 gennaio 1988, sostituisce il glorioso Museo Nazionale istituito nell’ex convento Fatebenefratelli in piazza Duomo (oggi sede della Sovrintendenza).La nuova struttura museale è stata realizzata dall’architetto Franco Minissi di Roma ( per complessivi 12.000 mq tra seminterrato e piani sopraterra), nel pieno rispetto delle preesistenze arboree del Parco di Villa Landolina, alcune delle quali sono state risparmiate dei patii interni. L’esistenza di ipogei cristiani e pagani nell’ambito del parco stesso, nonché delle tombe del poeta Von Platen, degli ufficiali inglesi morti durante la guerra napoleonica nonché degli americani caduti nella spedizione costro il Bey di Tunisi nel 1834, non fanno che accrescere l’importanza del luogo scelto per la sua edificazione.
Paolo Orsi nella stanza del Museo che guarda alla Marina intento nei suoi studi e nella qual e andava ancora da pensionato.
Il Museo Archeologico di Siracusa è intitolato ad un personaggio paradigmatico dell’ archeologia, Paolo Orsi. Nativo di Rovereto (1859-1935), vi trascorse la sua gioventù e alla passione per la preistoria, unì quella del vivere all’aperto. Percorrendo a piedi le valli del Trentino si allenò ad una sorta di sport-archeologico potenziando forza fisica e spirito di sacrificio. La laurea in Storia Antica e Archeologia, la Scuola di Archeologia, di Paleontologia, non sono che alcuni dei titoli del suo strepitoso curriculum. Avendo più di 300 pubblicazioni al suo attivo vinse il Premio di Archeologia dell'Accademia dei Lincei. Fu Sovrintendente agli Scavi in Calabria. Ma la sua vita fu segnata dal trasferimento a Siracusa nel 1888 per prendere servizio come Ispettore degli Scavi e dei Musei. Una stanza dell’Hotel Roma, arredata da un tavolo, un letto e due sedie fu il suo rifugio per i 47 anni trascorsi in quella Siracusa alla quale "andava debitore della sua gloria" come egli stesso ebbe a dichiarare. Ma la sua vera casa era il museo, che arricchì con i materiali riportati in luce. Indossando il suo mantello nero e il cappello a falde larghe, sprezzante dei pericoli, non si sottraeva a soste anche di venti giorni, riparandosi nelle grotte, cibandosi di pane duro con cipolla e salame come fece a Pantalica. Accompagnato dal disegnatore Rosario Carta, perlustrò tutto il territorio. Le tombe dei Sicani e dei Siculi, svelavano agli occhi attenti di Orsi nuovi orizzonti, e di quelle culture ne intuì l’origine e lo sviluppo. Le sue ricerche misero in luce reperti di tutte le epoche storiche. Rigoroso nel metodo, puntiglioso nell’inventario e nel restauro, andava annotando tutto nei suoi “Taccuini” e, avendo un grande senso della divulgazione, pubblicò quasi tutte le sue scoperte, pregio questo che non si riscontra nella maggior parte degli archeologi contemporanei. “Non mi sento più in grado di sostenere le fatiche di un tempo. Il medico dice che con un severo regime posso campare fino a 95 anni! Ma toltami la vita della campagna e dell’aria aperta, mi pare di deperire ogni giorno”. Così scriveva Orsi, ormai anziano e malato. E quel giorno di maggio del 1935 sotto la pensilina della Stazione Marittima c’erano tutti, collaboratori e amici: lo aspettavano per salutarlo Rosario Carta, Giuseppe Cultrera, Giuseppe Agnello, Sebastiano Agati e Enrico Arias, il quale malinconicamente lo descrive: “Avanzava a passi lenti, col bastone e le pantofole grandi in cui i piedi che avevano tanto camminato su e giù per il Trentino e la Sicilia e la Calabria non riuscivano quasi a stare più”. Giuseppe d’Amico, il restauratore che lo accompagnerà a Rovereto, riferirà come Orsi andava nominando i luoghi che vedeva dal finestrino del treno per Roma, i luoghi di quella Sicilia che tanto aveva amato e che non avrebbe mai più rivisto.
Una delle caratteristiche che attira l’attenzione della maggior parte dei visitatori del parco archeologico di Siracusa è costituita dalla lunga serie di incavi, perlopiù quadrangolari, che interessano le pareti rocciose delle latomie e delle strade greche. I Greci, nel III secolo a.C., vi collocavano altorilievi o bassorilievi in pietra calcarea con rappresentazioni relative al culto dei defunti eroizzati. Tracce superstiti di intonaco fanno pensare anche a dipinti realizzati direttamente nelle nicchie. Si tratta di un’espressione artistica di tipo funerario che nasce nella prima età ellenistica parallelamente alla diffusione di culti privati che avevano già trovato espressione nei piccoli edifici sacri, detti naiskoi, della Grecia già alla fine del IV secolo a. C., legate alle nuove forme di eroizzare il defunto. Se nell’età arcaico-classica l’elemento di distinzione dei ceti sociali emergenti era affidata agli oggetti che componevano il corredo funebre, nell’età ellenistica esso viene affidato all’autorappresentazione, al fine di perpetuare il ricordo di sé. Viene affidato ai figli il compito di ricordare i padri e di rendere grande la fama degli antenati. Nasce, quindi, questa nuova forma artistica della quale, purtroppo, a causa delle despoliazioni avvenute nei secoli, non possiamo più cogliere l’originaria sacralità. Delle centinaia di rilievi votivi in pietra calcarea o in marmo che erano incastonati nelle nicchie ci rimangono pochi esemplari esposti nel Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi (settore D): due cavalieri erotizzati, di cui uno al galoppo, un altro cavaliere con scudiero e giovane che gli porge le armi e un defunto erotizzato degli inizi del III sec., a.C..Vere pinacoteche a cielo aperto che fiancheggiavano strade spesso con carattere funerario come la cosiddetta via dei sepolcri che, superato l’angolo nord-ovest della terrazza del teatro greco, con un percorso incassato nella roccia per 150 metri, conduceva ad una delle necropoli siracusane. Lungo questa via rimane visibile, perché direttamente scalpellata nella parete rocciosa settentrionale, la raffigurazione dei Dioscuri a cavallo e Trittolemo sul carro.
SIRACUSA EBRAICA
Siracusa, città straordinariamente importante, che racconta la storia millenaria della Sicilia senza soluzione di continuità dalla preistoria sino ad oggi, ha sempre avuto un ruolo di prima donna per il periodo classico, ma grazie a recenti acquisizioni di carattere documentario, archeologico ed epigrafico, si impone anche per periodi storici diversi, come quello genericamente inteso “medievale”. Se in passato studiosi appassionati avevano già evidenziato il suo ruolo primario anche per il periodo cristiano-bizantino, oggi Siracusa può essere definita, nello stesso ambito cronologico, la città della Sicilia seconda solo a Palermo per l’esistenza di una comunità ebraica che, nel medioevo, comprendeva almeno 3000 persone. Storici ed annalisti locali (Capodieci, Privitera…) hanno sempre citato l’esistenza a Siracusa degli ebrei, della sinagoga e di bagni rituali. Tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, le ricerche archeologiche di Paolo Orsi nell’ambito dei complessi catacombali, degli ipogei nonchè dei coemeteria sub divo oltre a far luce sulle fasi paleocristiane e cristiane evidenziarono l’esistenza di una comunità ebraica coeva. Con ogni probabilità gli ebrei si stanziarono in un primo momento nel quartiere di Akradina presso le grotte Pelopie (da antro- opi e nero – pelos) come si evince dall’ Encomio di San Marciano (VII secolo) identificabili con la balza Akradina. In questo quartiere Orsi studiò gli ipogei ebraici dei Cappuccini e rinvenne numerosi manufatti come lucerne, stele sepolcrali, epigrafi con manifesta simbologia ebraica databili già al III-IV secolo. Nell’ Encomio si racconta anche che San Marciano abitò nelle spelonche “di fronte all’empia sinagoga dei giudei la quale si trova a mezzogiorno delle stesse spelonche verso il mare”; se a questa informazione si aggiunge il rinvenimento del “cimitero degli ebrei” nel sito del porto Piccolo si può ben pensare che esistesse una comunità ebraica in essere in Akradina che nel VII secolo chiese l’autorizzazione a trasferirsi nella città munita, cioè in Ortigia. La sinagoga di Akradina non è mai stata ritrovata, ma se, come normalmente avvenne, dopo il 1492 - data dell’espulsione degli ebrei - i cristiani le trasformarono in chiese, essa potrebbe ricercarsi nell’ambito delle strutture chiesastiche ricadenti tra il quartiere di San Giovanni e quello dei Cappuccini. Lancia di Brolo ritiene che la sinagoga di Akradina venne distrutta durante le incursioni arabe nel 651-652.Come semplice deduzione logica, stando alle parole dell’Encomio, più che nella chiesa di San Giovanni alle Catacombe, come molti studiosi ritengono (ad esempio Caldarella e Gryman), essa sarebbe forse meglio da ricercarsi nell’ambito della missione spagnola dei Cappuccini dal momento che il complesso di San Giovanni è, sin dalle sue origini, legata esclusivamente al cristianesimo e, in modo specifico al culto di San Marciano, protovescovo siracusano. Nessun dubbio, invece, sull’ubicazione del quartiere della Giudecca (chiamato Rabato, cioè sobborgo, rispetto al quartiere del Duomo) in Ortigia: esso si venne ad organizzare lungo la parte orientale dell’isoletta e, fatto assolutamente importante da punto di vista topografico ed urbanistico antico, ricalcò esattamente l’andamento per strigas dell’impianto greco mantenutosi sino ad oggi pressochè inalterato. Grazie ai recenti studi di Angela Scandagliato, Nuccio Mulè e Cesare Colafemmina, oggi si è in grado di ricostruire non solo l’organizzazione urbanistica della Giudecca di Siracusa con le sue varie funzioni religiose ed economico-commerciali comprensive di baglio, ospedale, macello, fornace per la ceramica (scutelleria), trappeto, pescheria, bagni rituali e sinagoga, ma anche la toponomastica che venne però rapidamente cambiata dopo il 1492 (ad esempio l’attuale via del Crocefisso, chiamata così per la collocazione di un crocefisso era la via Davide Sigilmes).
Non esiste giudecca senza sinagoga e bagno rituale (miqweh): a Siracusa questo complesso ebraico veniva identificato con la chiesa di San Filippo l’Apostolo. Ma questa chiesa non è mai, purtroppo, stata oggetto di indagini sistematiche archeologiche ed archivistiche; eppure essa si caratterizza per la sua complessità e grandiosità che non si evidenziano solo nel soprasuolo ma anche nel sottosuolo essendo stata edificata sopra un’antica latomia greca che, in epoche successive è diventata oggetto di trasformazioni, aggiunte e riutilizzi (ultimo quello di rifugio antiaereo durante le guerre). Anche questa parte ipogeica (comprensiva di cripta) non è stata mai scientificamente indagata ed era nota solo per la citazione di storici locali come il Logoteta, il Capodieci e il Privitera i quali, indicando l’esistenza di un singolare pozzo, lo identificavano come bagno di purificazione ebraico legato alla sovrastante sinagoga successivamente chiesa di San Filippo l’Apostolo. Questo binomio Sinagoga - chiesa di San Filippo è stata quasi passivamente sempre accettata dagli studiosi (Giansiracusa, Pagnano, C. Voza), da quando Brian de Breffny identificò il pozzo come miqweh (in The sinagoghe, 1978) etc; in ambito cristiano il pozzo si connoterebbe meglio come primitivo battistero). Nel Liber Privilegiorum (Capodieci, Privitera) vi è un regolamento municipale del 1474 che indica l’ordine da seguire nelle processioni dove non viene menzionata la chiesa di San Giovanni Battista, ma viene inserita la chiesa di San Filippo (ovviamente quella con il titolo di Apostolo perchè quella intitolata a Neri è del 1652), attestandone l’esistenza nel XV secolo. Di recente acquisizione (Trigilia) l’informazione tratta da due documenti d’archivio dell’inizio dei lavori di ricostruzione dopo il terremoto del 1693 della chiesa di San Filippo nel 1706 e non nel 1742. Non deve stupire l’esistenza di una chiesa cristiana nell’ambito della Giudecca, anzi , essa si pone insieme alla chiesa di San Francesco e di San Domenico come uno dei baluardi oltre i quali gli ebrei non potevano estendersi nel periodo medievale. La teoria della trasformazione da sinagoga a chiesa di San Filippo è stata smentita in base a due importantissime acquisizioni, una di carattere archeologico e l’altra di carattere documentario. La prima è un’iscrizione ebraica incisa su di un concio collocato nella parte alta dell’abside della chiesa di San Giovanni Battista che non si trova, ovviamente, nella collocazione originaria, ma che venne reimpiegato nella ricostruzione della chiesa dopo il terremoto del 1542. L’epigrafe, edita, trascritta e tradotta da Moshe Ben-Simon così recita: “...alla sinagoga di Siracusa /... fondata con giustizia e fede”. Essa è stata integrata da Cesare Colafemmina dal momento che si presenta mutila nella parte iniziale: “[questo è l’ingresso ] alla sinagoga di Siracusa. [Sia essa costruita e] consolidata nella giustizia e verità”.
“Il bagno di purificazione nella religione ebraica rivestiva una funzione determinante ai fini della procreazione che, intesa come atto “divino”, richiedeva la donna libera dalle impurità derivanti dal ciclo mestruale” ( G. Bongiorno). Esso poteva essere effettuato ogni qualvolta lo si desiderasse e non solo dalle donne. “La donna deve bagnarsi completamente nuda con una immersione verticale, tenendo le braccia lontano dal corpo immergendo per qualche secondo completamente nell’acqua anche i capelli [..] Chi si converte all’ebraismo, se maschio, deve prima essere circonciso e poi immerso nel bagno, se donna deve solo praticare il rituale dell’immersione. Essa comporta un cambiamento di status e deve essere compiuta come atto comunitario che coinvolge i componenti di una corte rabbinica” (Scandagliato, Mulè).
Per un itinerario ebraico di Ortigia
Ronco I alla Turba. Tratto di linea marcapiano quattrocentesco, che funge da piano di posa di un balconcino moderno. Nel primo pannello di sinistra è raffigurato il nodo di Salomone. "Belli e sontuosi palazzi cominciavano allora a fabbricarsi, di magnificenza alle nobili e ricche famiglie, di ornamento e decoro alla città”. Con queste parole Serafino Privitera, nel 1870, iniziava la sua pagina dedicata al Palazzo Montalto nel quartiere Spirduta in Ortigia, aggiungendo come di questo edificio della illustre famiglia se ne potessero ammirare i superbi avanzi. Ancora oggi esso rappresenta uno dei più significativi e meglio conservati esempi di architettura gotico-chiaramontana e, nello stesso tempo, aragonese – catalana (essendo frutto di due fasi costruttive dei secoli XIV e XV) della città di Siracusa, sulla cui trifora centrale fa bella mostra di sé la stella di Davide. Di numerosi altri palazzi dello stesso periodo ci restano, invece, le fabbriche con apporti di epoche successive oppure pochi elementi strutturali e decorativi (monofore, bifore, polifore, tratti di linee marcapiano e di logge, di scale, portali…) inseriti nelle murature di edifici più recenti. E’ il caso di un “balconcino” quattrocentesco che si trova nel ronco I alla Turba, poco prima del numero civico 99 lungo la via Roma. Percorrendo uno stretto e breve vicolo si perviene in quello che abbiamo voluto definire “Ronco dei misteri”! In questo cortiletto si possono osservare non solo un pezzo di colonna romana abbandonata sul battuto, alcuni archi medievali e, sul prospetto della casa a sinistra uno splendido tratto di una linea marcapiano, che funge da piano di posa di un balconcino moderno. Essa si compone di quattro conci finemente lavorati e decorati terminanti con dei peducci tra i quali vi sono rappresentati quattro motivi diversi l’uno dall’altro. Una cornice aggettante con linee geometriche sovrasta l’intero apparato scultoreo. Ogni concio si apre al centro a mo’ di trilobo entro il quale sono resi plasticamente motivi fitoformi. Le superfici dei conci recano motivi floreali e foglie ad alto rilievo senza una apparente logica compositiva. Il peduccio dell’estrema destra è l’unico elemento che reca una protome umana. Quanto mai singolare la raffigurazione del nodo di Salomone nel primo pannello di sinistra, che induce a ritenere che l’esegesi di tutta la raffigurazione possa essere connessa con la presenza dell’ Ordine dei Templari, probabilmente già a Siracusa dal tempo di Federico II. Interessante anche un elemento scultoreo, incastonato lungo la stessa parete, che raffigura a bassorilievo una figura animale, forse un agnello, vagamente simile a quello che tiene la croce in uno dei sigilli dei Templari. Data l’importanza dell’iconografia rappresentata sarebbe opportuno un intervento di restauro, non solo dei conci che non godono di “buona salute” essendo gravemente danneggiati dallo scolo delle acque, ma anche dei fabbricati di pertinenza al Ronco dei Misteri per poter fornire ulteriori dati oltre quelli citati, che meriterebbero sicuramente più attenzione e studi approfonditi, dal momento che essi rappresentano una ulteriore, interessantissima pagina dei tanti segni e simboli sui muri di Ortigia, che rivelano l’esistenza delle diverse religioni e dei vari ordini, monastici, cavallereschi ed anche massonici del passato.
La torre denominata di Bosco Minniti è del XIV secolo, datazione ricavabile dalla struttura architettonica stessa e dagli elementi decorativi come il piccolo rosone circolare con motivo cruciforme formato da quattro fori; esso è posto al di sopra dell’unica porta di accesso caratterizzata da portale ad arco acuto evidenziato da cornice cordonata con volute terminali. Mancano al momento documenti d’archivio che possano supportare questo inserimento cronologico e, purtroppo, è andata perduta l’iscrizione incisa probabilmente su una lastra marmorea collocata nell’edicoletta al di sopra del portale di cui rimane l’impronta. La torre ha pianta rettangolare (m 5,8 per m 6,7) e un ‘altezza di m 6. Il coronamento è ancora quello originale e presenta agli angoli delle merlature. La copertura è terrazzata. Il prospetto principale è orientato a Sud. Si segnalano addossati ai muri Est ed Ovest murature tardive relative al riutilizzo della torre in epoca più recente. L’edificio è realizzato nella parte basamentale da grossi blocchi in pietra calcarea, forse di reimpiego e, nell’elevato, da opus incertum. Tracce di intonaci sono ancora visibili lungo le murature. L’interno è caratterizzato da un unico ambiente con copertura a botte a m 5 dal pavimento; esso è illuminato da una monofora e da feritorie. Nell’angolo S-O si apre nella volta un apertura rettangolare che aveva un doppio utilizzo: serviva per collocare la scala lignea che serviva a raggiungere la terrazza e come buttatoio per far cadere dall’alto pietre sui malintenzionati. Dalla semplicità strutturale dell’edificio si evince che esso doveva assolvere più ad una funzione di avvistamento che di difesa. Ubicata a circa km 2 dalla costa rientrava, quindi, nella categoria delle torrispecula; i guardini di stanza nella torre segnalavano il pericolo suonando le buccine. I guardiani avevano il compito di comunicare con le altre torri con segnali di fumo nelle ore diurne e di fuoco nelle ore notturne. Si usava anche issare un bastone culminante con un mazzo di fieno che, se veniva calato indicava l’arrivo di navi corsare.
TORRE PIZZUTA Torre della Pizzuta, vista da ovest.La torre è ubicata lungo la via Luigi Maria Monti. Fu, per qualche tempo, dimora del famoso letterato Tommaso Gargallo, il quale vi si ritirava sul finire del XVIII secolo, per condurre i suoi studi in tutta serenità.
La zona nord della città di Siracusa, che si estende fra la Scala Greca e il Villaggio Miano, prende il nome di contrada Pizzuta (toponimo derivante, forse, da coltivazioni della mandorla pizzuta), precedentemente detta Teracati. Zona che un tempo faceva parte dell’agro siracusano con tutte le caratteristiche rurali ad esso connesse, con preesistenze datate sin del periodo greco, essa è stata, nell’arco di pochi anni, totalmente stravolta per la totale urbanizzazione che ha visto sorgere costruzioni relative a moduli abitativi privati e di cooperativa. Essa racchiude ancora tracce di questo paesaggio agrario. Percorrendo la via Luigi Maria Monti da sud, proprio in prossimità dell’incrocio con la via Lo Surdo (ad est) , si può osservare una masseria in stato di semi abbandono. Ad una osservazione attenta, apparirà evidente che il caseggiato rurale ha inglobato una torre che dichiara la sua inequivocabile connotazione, svettando con le sue merlature del piano terrazzato, ma aggredita da piante grasse lungo le murature. Si tratta della cinquecentesca cosiddetta Torre della Pizzuta! Essa è a pianta quadrata ed è realizzata in opus incertum (con pietrame di varie dimensioni), con uno spessore murario di cm 87 e superfici intonacate; i cantonali sono rinforzati con conci in pietra calcarea.
CHIESA di SANTA LUCIA ALLA BADIA
Il terremoto disastroso del 9 e dell’11 gennaio 1693, che colpirà il Vallo di Noto, danneggerà notevolmente anche Siracusa, che risorgerà dopo questa Iliade funesta con un rinnovamento architettonico in stile barocco, frutto della volontà sinergica della Chiesa, dello Stato e della nobiltà. Gli architetti che diedero vita a questa “rinascita” crearono un barocco dalle caratteristiche particolari. Una delle prime chiese a rinascere dalle macerie fu quella di Santa Luci alla Badia (1695) in Ortigia. La chiesa, dedicata alla vergine e martire siracusana, connessa con l’attiguo monastero cistercense, era particolarmente legata al miracolo della carestia del 1646 raffigurato nella volta sopra la navata centrale
LA CATTEDRALE
Il cuore del centro storico di Siracusa, rappresentato dalla piazza Duomo in Ortigia, estrinseca in quasi tutti gli edifici che l’attorniano, lo stile barocco sia precedente che successivo al noto evento sismico del gennaio del 1693 che colpì la Sicilia Sud-Orientale. La piazza, simbolo del potere del tempo, sia civile che religioso, nella facciata della cattedrale mostra lo stile barocco nella sua veste più grandiosa a Siracusa. Il prospetto sostituì il precedente, crollato per il terremoto del 1693. Il progetto è attribuito all’architetto palermitano Andrea Palma (1644-1730); nel cantiere, che si articola in tempi abbastanza lunghi - dal 1728 al 1754 - chiudendosi 24 anni dopo la morte del progettista, lavorarono i maestri Giovan Battista Alminara e Giuseppe Ferrara nonché Pompeo Picherali, come testimoniato da prove documentarie. Esso si articola in due ordini sovrapposti segnati in orizzontale dalla linea dell’architrave e dal frontone realizzati con andamento spezzato; due ordini di colonne libere sormontate da capitelli corinzi movimentano la superficie liscia retrostante creando un gioco chiaroscurale di notevole effetto. La decorazione scultorea si compone dell’aquila reale con l’arme dei Borbone di Sicilia corredata superiormente da cartiglio, di elementi fitomorfi, di puttini e delle statue in pietra calcarea, opere di Ignazio Marabitti (1752). Esse rappresentano: in alto a destra Santa Lucia, vergine e martire siracusana; al centro in una nicchia la Madonna (alla quale è dedicata la cattedrale); in alto a sinistra San Marciano, protovescovo di Siracusa. Ai lati della scala, che è moderna, San Paolo e San Pietro, che sottolineano la vocazione apostolica della città. Scegliendo come punto di osservazione l’area tra il palazzo del Senato e il palazzo Beneventano del Bosco si ammira la facciata del Duomo nella sua pienezza volumetrica che si estende in profondità dal cantonale e nella sua marcata caratterizzazione barocca: vera e propria scaena frons alla piazza che è, nella forma e nel significato, essa stessa teatro.
PALAZZO del SENATO
Il primo Palazzo di Città di Siracusa venne istituito nell’antica sede quattrocentesca della Camera del Consiglio Reginale ubicata nell’omonima via, ma di essa restano soltano il bel portale con conci disposti a ventaglio sormontato dall’altorilievo con San Michele e il drago e un arco ogivale nella parte vestibolare. Nel 1629 il sindaco Pietro Pericolati si fece sostenitore del progetto di per una domus nova in loco… magis opportuno et nobiliori al Senato, perché quella esistente venne ritenuta parva et pessimae conditionis, come risulta dagli atti del notaio Giacomo Masò. La vecchia Camera Reginale venne alienata il 23 marzo dello stesso anno ed acquistata da un certo Luciano Battaglia al prezzo di sole 306.2.15 onze. Per la nuova sede venne scelta la prestigiosa piazza del Duomo e, per la sua realizzazione, si procedette all’espropriazione di alcune casupole ubicate nell’angolo Nord-Est di proprietà della chiesa. Il progetto architettonico venne affidato a Giovanni Vermexio e l’appalto –bandito il 7 gennaio 1629 – venne aggiudicato al fratello Francesco: sovrintendeva ai lavori una specie di Consiglio di Fabbrica. Il cantiere si chiuse nel 1633, come ancora si legge nella lapide marmorea collocata al di sopra del balcone lungo il prospetto principale. Portata a compimento la parte architettonica, venne affidato l’apparato scultoreo a Gregorio Tedeschi: una grande aquila reale, le armi di città e sette statue dei reali di Spagna da posizionare nelle nicchie lungo il prospetto; queste ultime non vennero realizzate a causa della prematura scomparsa dello scultore. Le gravi spese sostenute dal Senato per sanare le conseguenze della carestia del 1636, non permisero di completare i lavori del complesso decorativo e si attese solo ai lavori d’urgenza. Ma il Palazzo di Città fece preoccupare notevolmente gli amministratori della metà del 1600 perché cominciò a risentire di gravi lesioni e li damnusi apparvero compromessi dal punto di vista statico. Paradossalmente il sisma del 1693 non recò danni alla costruzione. Ricorda Giuseppe Agnello (1959) che “l’inopportuna costruzione postuma di un piano ammezzato superiore” avvenuta nel XIX secolo, aveva compromesso maggiormente la statica dell’edificio. Da un punto di vista architettonico, pur essendo frutto della nuova corrente barocca, il Palazzo risente ancora della compostezza e linearità della tradizione rinascimentale. L’autore indugia in motivi classicheggianti e la scuola del Vignola emerge non solo nell’impiego del bugnato, ma anche nei lavori d’intaglio decorativo (trofei, scudi, loriche, elmi). Nel secondo ordine, il cui passaggio è segnato dalla balconata unica, emerge una più vivace ed animata trattazione delle superfici e l’apparato decorativo con festoni, ghirlande e maschere rivela l’ispirazione barocca che si esprime anche lungo il prospetto Sud con figure, festoni, mascheroni, genietti, puttini, animali. Gradevole visione per chi si accinge alla visita del complesso è la settecentesca Carrozza del Senato che fa bella mostra di se in fondo all’androne del Palazzo di Città e che farebbe invidia ai migliori musei del mondo!
PALAZZO VITALE
Una delle prime strade ortigiane ad essere pavimentate, nel 1795, fu l’attuale via Vittorio Veneto, già Mastrarua cioè la via maestra; maestra perché era l’arteria principale di ingresso ad Ortigia prima degli stravolgimenti operati a partire dal periodo post-unitario e proseguiti fino a quello fascista. Meraviglia e stupore dovettero provare i viaggiatori stranieri che, proprio alla fine del sec. XVIII visitarono Le Antiche Siracuse, nello scoprire lungo la Mastrarua una successione di costruzioni del tipo catalano e barocco, all’epoca sicuramente in buono stato. Soltanto oggi cominciamo a cogliere l’originario assetto urbanistico-architettonico grazie ai lavori di risanamento e restauro che hanno interessato e stanno interessando diversi tra gli eleganti edifici che vi si affacciano come il Palazzo Russo, il Palazzo Blanco, la Casa Mezio, l’Oratorio e la Chiesa di San Filippo Neri, il Palazzo Interlandi, il Palazzo Monteforte e il Palazzo Bongiovanni. Dopo un paio di secoli di graduale deterioramento oggetto di restauro è attualmente anche Palazzo Vitale al n° civico 14 che, per la sua semplice strutturazione, modesta nel contesto di una via per lo più frutto di rifacimento barocco dopo il terremoto del 1693, ad un più attento esame rivela la sua vera natura di palazzo signorile della fine del XVI inizi del XVII secolo. Lo studioso Giuseppe Agnello lo ritenne opera di Andrea Vermexio, padre di quel Giovanni autore del Palazzo di Città. Questa attribuzione, purtroppo ancora oggi non supportata da documenti di archivio, venne fatta in base ad un attento studio stilistico. Il progetto fu probabilmente condizionato da edifici preesistenti che non ne consentirono l’isolamento e la definizione dei cantonali, particolarmente cara al nostro architetto. Il prospetto è caratterizzato dalla simmetria delle aperture (finestre, portale e balcone), sottolineata da membrature architettoniche che si evidenziano in maniera particolare sul muro intonacato. Il portale è incorniciato dal bugnato e fa corpo unico con il balcone rettilineo dagli angoli rientrati, sorretto da mensoloni decorati con semplici festoni. Caratterizza la parte centrale del fregio, in corrispondenza con la chiave d’arco, una maschera fitoforme. Le finestre, due per lato, sono raccordate tra di loro in senso verticale: quelle sottostanti sono munite di davanzale e si raccordano con quelle superiori mediante l’originale inserimento di due mensole allungate, assolutamente nuove nel contesto dell’architettura coeva. L’edificio manca dell’attico ma è dotato della grondaia composta da due filari di coppi d’argilla, sistema non troppo raffinato ma particolarmente funzionale. Nonostante le notevoli trasformazioni successive, il palazzo ci offre ancora esempi di squisita compostezza formale anche nel suo interno dove, superata la soglia, ci si immette in un corridoio lungo il quale si fronteggiano due aperture caratterizzate da soglie, da stipiti e da architravi e mensole dolcemente curvilinee. Al piano superiore si accede per mezzo di una scala anch’essa improntata a grande semplicità. Un corpo di fabbrica accorpato a Palazzo Vitale, ma di fattura di gran lunga più modesta, fa pensare ad ambienti di supporto alla casa signorile, dei cui proprietari e committenti per il momento nulla sappiamo.
Nel Museo della Marineria di Cesenatico fa bella mostra di se un trabaccolo particolarmente interessante per i due grandi occhi bordati di rosso realizzati ad altorilievo sulla sua prua. Il naviglio sembra guardare dall’alto i visitatori, quasi avesse una personalità sua propria. Era proprio questo l’intento degli antichi che dedicavano l’imbarcazione ad una divinità che, mediante i “suoi” occhi, non solo vedeva la rotta, ma proteggeva l’equipaggio: “occhi apotropaici” (dal greco apotrépein - allontanare), che allontanano il male. Motivo antichissimo e comune a culture fra le più varie, primeggiava in tutto il Mediterraneo e, ancora oggi, lo si può ammirare dipinto a prua sui cinque “buzzetti sarausani” che partecipano al “Palio del Mare”: si tratta delle barche realizzate appositamente da maestri d’ascia aretusei per questa manifestazione, che riproducono le caratteristiche peculiari dei gozzi da pesca tradizionali. In tema di gara, esorcizzare il malocchio è elemento fondamentale della superstizione popolare! Ma se, come in questo caso, l’”occhio apotropaico” è diventato lodevole fatto culturale, oggi è veramente raro trovarlo nella realtà marinara locale: sopravvive solo su alcune imbarcazioni di pescatori siracusani, dediti al lavoro individuale.
A PISCARIA
Nel 1974 Renato Guttuso immortalò in uno dei suoi quadri fra i più celebrati, oggi esposto a Palazzo Steri di Palermo, uno dei mercati storici della città, la Vucciria,. In siciliano il termine indica non solo il vocio confusionario dei venditori, ma anche il mercato stesso dal francese boucherie-macelleria, sua originaria destinazione. E così veniva divulgato ad un pubblico molto più ampio questo straordinario patrimonio storico della Sicilia attraverso il crudo realismo delle carni raffigurate in primo piano, i colori intensi della frutta, della verdura, del pesce sopra i banconi così accostati da lasciare a mala pena lo spazio ai passanti. Al quadro di Guttuso si è ispirato in un suo racconto A. Camilleri che così si esprime: "Un narratore o un commediografo, davanti alla Vucciria, avrebbero materia di scrittura sino alla fine dei loro giorni". Infatti la Vucciria, Ballarò a Palermo, la Fera o Luni, la Pescheria a Catania, ma anche la Piscarìa di Siracusa rappresentano, oltre che meta dei cittadini alla ricerca di merci fresche e di prezzi moderati, attrazione “fatale” per i turisti soprattutto stranieri! Si ritrovano come d’incanto nel mezzo di una vera e propria azione teatrale dove gli attori, i venditori, pubblicizzano le loro merci con i modi e le espressioni più singolari. Il nostro mercato storico diventa uno straordinario luogo deputato per una visita guidata alla storia della Sicilia attraverso il cibo, dove tutti i sensi sono stimolati in un trionfo di colori e odori, molto poco pubblicizzato dagli operatori del settore turistico. Un fatto antropologico singolare: una baraonda di siciliani fra i quali i turisti, affascinati dall’insolito spettacolo, si muovono riprendendo con le loro macchine fotografiche banchi di vendita e venditori. Sorto nell’estrema propaggine del quartiere dei pescatori, la Graziella (da Santa Maria di tutte le Grazie, loro protettrice), ha come fondale scenografico tutto il fronte architettonico del quartiere. La Sicilia, “terra di mercato” sin dal periodo neolitico, ha visto nascere sistemi urbanistici primordiali caratterizzati da empori veri e propri, l’agorà nel periodo greco, il foro in quello romano e, grazie allo scambio di merci, ha dato vita alla civilizzazione d’Occidente. “Scambiare beni materiali significa anche scambiare beni immateriali: parole e idee, usi e costumi, quanto chiamiamo cultura” (A. Buttitta). Fagocitati nelle nuove strutture commerciali o, ancor peggio, catturati dalle vendite on-line, siamo vittime del processo di vetrinizzazione iniziato più di duecento anni fa, per il quale si riesce ad interpretare il linguaggio delle merci senza il loro venditore, rischiando che il III millennio diventi quello della totale solitudine sociale in nome dell’urbanizzazione e della modernità.
SIRACUSA e IL SUO TERRITORIO
di Salvatore Piccolo Avola è un grosso centro rivierasco compreso tra i fiumi Assinaro e Cassibile, sulla costa orientale dell’isola, venti chilometri più a sud di Siracusa. Nessuna fonte letteraria accenna a quella che potrebbe essere stata una delle più antiche città della Sicilia, entro il cui territorio si scorgono testimonianze archeologiche abbastanza remote. Tracce, presenti sia sulla montagna sovrastante[1], sede della città medievale sino al 1693 (data in cui, distrutta dal terremoto fu abbandonata per l’attuale sito), che sul litorale, laddove il ritrovamento di statuette di epoca ellenistico-romana[2], dei resti di una villa del I sec. a.C.[3] e di numerosi ipogei cristiani[4] comprovano la frequentazione di queste zone. Proprio lungo la strada statale per Siracusa, all’altezza dell’ospedale civico, si apre sulla destra un’angusta via che fiancheggia il letto di un torrente. Ivi, la lenta azione erosiva delle acque ha delineato una vallata, denominata Cava L’Unica, alla cui destra, a ridosso di una paretina rocciosa, è situato il presunto monumento megalitico. Questa zona, periferica rispetto al centro urbano, è indicata con il nome di Contrada Borgellusa. Il dolmen, individuato nel 1961 dall’insegnante avolese prof. Salvatore Ciancio, era così ricoperto di terra da sembrare unito alla parete rocciosa retrostante. La parvenza di un ingresso aveva fatto ritenere che si trattasse di una grotta. Il Ciancio, dopo aver analizzato attentamente l’anfratto, finì per convincersi di trovarsi di fronte ad un antico manufatto che correva il rischio di rimanere celato allo studio dell’uomo. L’autorevolezza e la serietà del ricercatore, consigliarono agli amministratori comunali del tempo di far ripulire la struttura, liberando dal tumulo accumulatosi nei secoli un’architettura a dir poco singolare, che forti polemiche suscitò tra il suo scopritore, certo di trovarsi dinanzi ad un opera megalitica, e la scienza ufficiale dell’epoca. Il Consesso civico avolese, confidando sulle argomentazioni addotte dall’illustre concittadino, pensò bene di recintare e vincolare quella zona, evitandole comunque l’abusivismo edilizio che nel frattempo dilagava incontrollabile anche in luoghi notoriamente ricchi di giacimenti archeologici. I giornali, dal canto loro, diedero grande risalto alla scoperta, annotando minuziosamente le visite che archeologi di chiara fama dedicarono al presunto dolmen. Si susseguirono Luigi Bernabò Brea, allora soprintendente ai Monumenti e alle Belle Arti di Siracusa, e Giorgio Vinicio Gentili, ispettore della stessa soprintendenza, i quali, stando alle notizie giornalistiche, manifestarono non pochi dubbi; nonché Giuseppe e Santi Luigi Agnello[5], e Paolo Griffo, soprintendente, quest’ultimo, di Agrigento. Giunse anche Giuseppe Laghi, frate dell’ordine domenicano, docente di Storia dell’Arte presso l’Università di Firenze, che mostrò grande interesse per il “monumento”, ripromettendosi di approfondirne gli studi, e Daniel F. Mc Call, preside della facoltà di Etnologia all’Università di Boston, che nel 1964, dopo una visita alla caratteristica costruzione, concluse che la stessa avrebbe potuto essere iscritta a pieno titolo tra le opere megalitiche[6]. L’edificio, circondato oggi da una selvaggia e prorompente vegetazione, sembrerebbe a prima vista costituito da una enorme “tavola calcarea” di spessore variabile, poggiante essenzialmente su due “pilastri”. Le diverse fratture di questa lastra hanno imposto l’erezione di tre supporti in mattoni, fatti erigere dall’amministrazione comunale. Corrugata in superficie, la tavola è davvero enorme con i suoi quasi otto metri di lunghezza e cinque metri e mezzo di larghezza. La parte settentrionale della piattaforma, che sembra posarsi su un “pilastro” isolato ed informe, è più consistente, assottigliandosi sino allo spessore di mezzo metro nella parte orientale che, a sua volta, si sovrappone ad un pronunciamento del suolo a base molto ampia. La parete rocciosa retrostante, da cui il lastrone è obbiettivamente staccato da una linea di frattura, sbarra ad emiciclo, in direzione ovest-sudest, la parte posteriore; a questa parete è collegato il “pilastro” sinistro. Sulla superficie della lastra, spaccata in due punti, si osservano dieci piccoli incavi rettangolari, ricavati nella parte più spessa del calcare e variamente orientati per non indebolire la consistenza del piano. Le buche hanno diversa lunghezza, oscillante tra i sessanta centimetri e il metro e venti dell’ultima fossa interrotta dalla frattura dell’estremo meridionale; la loro profondità non supera i quaranta centimetri. Si è forse di fronte a tombe di bambini utilizzate in epoca greca o paleocristiana. Al momento della loro scoperta, il Ciancio non trovò alcun elemento di datazione, ma, considerata l’avversione dei primi cristiani ai seppellimenti in zone facilmente individuabili, poiché maggiormente esposte ad azioni depredanti, se ne deduce l’uso in periodo greco. Lungo l’estremo orientale del lastrone corrono due solchi che si congiungono ad angolo retto. Attorno a queste due incisioni si è sbizzarrita certa “letteratura fantastica” dell’epoca, compiacendosi di interpretarli come canalette per lo scolo del sangue di improbabili vittime sacrificali; si tratta, invece, di tacche prodotte dall’estrazione di un blocco di calcare di circa un metro cubo, cavato nel punto che più si confaceva alla misura occorsa. Al di sotto della piattaforma si apre un antro di ben 30 mq., aperto su due lati (nord-ovest e nord-est) e alto poco più di un metro e mezzo. Uno sguardo superficiale alla struttura avrebbe potuto farci cadere in errori marchiani, superati grazie al contributo del geologo dott. Giuseppe Ansaldi, il cui giudizio tecnico costituisce il prologo e, nello stesso tempo, l’augurio per un’indagine a più largo raggio:“Trattasi di una piccola grotta di abrasione marina modellata nella formazione calcarenitica pleistocenica, qui costituita da un’alternanza di strati più competenti, dello spessore di 0.50 - 1.20 mt., con livelli arenitico-sabbiosi centimetrici. La parete è impostata su una linea di discontinuità con orientamento NW-SE, lungo la quale corre, in questo tratto, l’incisione valliva. Sono presenti pure diaclasi e fratture minori appartenenti ad un sistema subortogonale a quello descritto, con direzione N 30°-35°E. L’intersezione delle due famiglie di discontinuità, ben visibile sul fronte della parte, ha smembrato la roccia in blocchi contigui di vario volume. Secondo tali direttrici si è esercitata l’azione abrasiva marina e quella fluviale. La formazione della cavità è il risultato dell’azione erosiva selettiva della roccia, con asportazione più rapida ed intensa della porzione basale più tenera (straterelli decimetrici arenitico-sabbiosi), fino al contatto con il sovrastante bancone più compatto e resistente che funge da tetto della cavità. Nel progredire dei processi erosivi, le contestuali vicende tettoniche, sismiche e bradisismiche dell’area, quest’ultime evidenziate dalla sommersione di insediamenti e manufatti d’epoca preistorica e storica, hanno prodotto il distacco della cavità dalla parete rocciosa che, nel suo insieme, ha subito una roto-traslazione verso valle, con apertura a monte di una larga fenditura e inclinazione del sostegno di destra della volta, così come evidenziato dall’accentuata anomala immersione assunta dagli straterelli arenitico-sabbiosi che la compongono. Il distacco della cavità dalla parete è cronologicamente posteriore alle preesistenze sepolcrali realizzate sulla superficie del banco a tetto della cavità. Ciò è chiaramente evidenziato dal fatto che la fenditura prodottasi sulla parete, ha interessato, spezzandole, alcune delle celle sepolcrali esistenti sulla superficie superiore del bancone di tetto. Sulla scorta delle osservazioni compiute, non vi è dubbio che si è in presenza di una forma naturale di erosione, del resto assai frequente lungo le falesie costiere e le pareti vallive. È altresì evidente che in tempi preistorici l’originaria forma naturale sia stata rimodellata da interventi antropici di scavo operati seguendo le soluzioni di continuità naturali dell’ammasso roccioso, con l’intento di ampliare e geometrizzare la cavità sino a farle assumere l’aspetto attuale. Le tracce di tali interventi sono visibili sia nel contorno dei pilastri, cui è stata conferita forma pseudoparallelepipeda, ricavati dalle pareti laterali dell’ingrottato, sia nel bancone calcarenitico di volta, la cui base è stata ripulita dai materiali arenitico-sabbiosi sottostanti seguendone la superficie di stratificazione inferiore”. L’analisi del geologo, dunque, non preclude l’intervento dell’uomo su un impianto naturale che potrebbe essere stato adattato a sperimentate elaborazioni architettoniche. Potrebbe supporsi un intervento a scopo abitativo, ma ciò osta con l’aspetto della struttura: l’apertura dei lati è incompatibile con la logica del ricovero domestico. Qualora si pensasse ad un rifugio occasionale, l’intervento umano lo ha reso così vulnerabile da rendere illogica ogni pur minima considerazione di “riparo”. L’accorgimento, invece, sembra essere il tentativo di “monumentalizzare” un’opera che la provvida Natura avrebbe in massima parte risparmiato agli uomini, ben confrontabile con le poderose costruzioni megalitiche dell’Europa Atlantica. La Sicilia è stata sicuramente testimone del fenomeno dolmenico, perché inserita nel bel mezzo di un circuito viario che nel III millennio a.C. aveva aperto anche all’Occidente, rimanendo coinvolta da un’ondata culturale, proveniente dal continente europeo, i cui effetti non tarderanno a ricontrassegnarne il volto. [da “ANTICHE PIETRE”. La cultura dei dolmen nella preistoria della Sicilia sud-orientale]
[1] P. Orsi, Avola. Sepolcri siculi e catacombe cristiane, in «Notizie Scavi di antichità», 1899, pp. 69-70. 2] G. V. Gentili, «Fasti archeologici», IX, 1954 [1956], n. r. 2792. [3] M. T. Currò, Avola. Casa romana in contrada Borgellusa, in «Boll. d’Arte», LI, 1966, p. 94; cfr. pure G. M. Bacci, Avola (1980-1983). Villa ellenistico-romana in contrada Borgellusa, in «Kokalos», II, 1984-1985, pp. 711 e sgg.53 R. M. Albanese, Notiziario, Avola, in «Studi Etruschi», XLVI, 1978, pp. 569-571. [5] Padre e figlio, ambedue insigni docenti di archeologia cristiana presso l’Università di Catania. [6] S. Piccolo, ibidem, tav. XVIII.
PANTALICA di Laura Cassataro
Anaktoròn – resti megalitici del palazzo del principe.
Nel 728 a.C. gli sfortunati emigranti megaresi di Grecia, dopo aver seppellito il loro ecista Lamis, morto improvvisamente per cause a noi sconosciute appena giunti in terra di Trinacria, dopo aver affrontato varie peripezie, finalmente fondano la loro città lungo la costa ionica, Megara appellata Iblea, come ringraziamento a colui il quale glielo aveva concesso: il re siculo Iblone. I Greci colonizzatori rendono omaggio ad un monarca indigeno, il quale entra a pieno titolo nella scena politica internazionale dell’epoca. Se così andarono i fatti, come suggeriscono studiosi della levatura di Francois Villard e Bernabò Brea, essi dimostrano che il potere di questo re andava oltre il suo villaggio, includendo un vastissimo e ricchissimo territorio. Ci sarebbe da chiedersi con quali straordinari mezzi di avvistamento migliaia di anni fa dalla lontanissima Pantalica, sede del potere di Iblone, si poteva monitorare il litorale! Ma addentriamoci in quello sperone roccioso dei monti Iblei, che si eleva dalla valle dove confluiscono i fiumi Calcinara e Anapo, fortezza naturale accessibile in antico da pochi punti e con difficoltà. Superata la Porta di Pantalica accediamo al pianoro sommitale. Lungo le pareti a picco sul fondovalle migliaia di tombe a grotticella artificiale creano un’impressionante suggestione e la grandiosità del luogo lascia attoniti.
ALLA RISCOPERTA DEL PLEMMIRIO di Laura Cassataro
Un promontorio di singolare bellezza, caratterizzato da brevi balze rocciose, con un terrazzamento di modica elevazione, interessato da diversi ingrottamenti terrestri e marini, zona di passa di uccelli migratori, con particolari aspetti vegetazionali: il “Plemmyrin”, penisola di virgiliana memoria che segna il limite meridionale del Porto Grande. Chiamato così dai Greci è oggi denominato contrada Maddalena, Isola della Maddalena o Isola. L’esistenza di una chiesa intitolata a Santa Maria Maddalena è il motivo della denominazione della Maddalena; Isola potrebbe derivare o dal basso latino “isula”, che in italiano sta per “appezzamento di terreno rinchiuso” (in siciliano “chiusa”) o dal vernacolo di “penisola”, con riferimento allo scomparso istmo. Per la sua posizione strategica fu sede di frequentazione umana sin dall’età del bronzo medio (sec. XV-XIV a. C.), come i saggi di scavo condotti da Paolo Orsi alla fine del XIX secolo hanno dimostrato: fondi di capanne di fronte allo Scoglio della Galera interessato da tombe con accesso a pozzetto e nuclei di necropoli in località Massoliveri e Capo Murro di Porco, furono messi in luce dall’archeologo. Frequentato nel periodo greco arcaico, durante il quale vennero sfruttate le cave, come risulta dalle numerose carraie (foto) e dall’esame petrografico effettuato su alcuni templi. Fu scenario della “guerra mondiale dell’antichità”, quella fra Siracusa e Atene (413 a. C.) se, come ritiene Orsi, il monumento circolare rinvenuto in località Mondjo, è una fossa sepolcrale relativa a quell’evento bellico. Altre carraie a Massoliveri furono di servizio alle numerose fornaci di calce ivi impiantate in età romana, oggi in parte sommerse. Nella stessa località esiste un interessante sistema di miniere di calcare con pozzi di areazione di impianto medievale. Nonostante le trasformazioni avvenute in tempi recenti, è possibile ancora oggi cogliere la connotazione rurale legata al latifondo dalle masserie sette-ottocentesche esistenti. Nella contrada Carrozze esiste il più antico complesso rurale con un arco datato al 1650 appartenente al nobile Pallavicini Carrozze, già Convento di S. Agostino, trasformato in nucleo abitativo comprensivo di scuola rurale utilizzata sino al 1929. Luogo delle ville delle famiglie nobiliari Milocca e Bonnanno nonché dello storico siracusano Parlato, fu interessato da costruzioni di villeggiatura anche degli inizi Novecento. La penisola fu rinomata in passato per la produzione di vino bianco e per la Tonnara di Terrauzza, rimasta famosa per la “miracolosa”pesca di 4000 tonni nel 1904. Segni tangibili dell’antropizzazione preistorica e del perdurare di tradizioni secolari rendono particolarmente suggestiva la riscoperta e la salvaguardia del Plemmirio, sottoposto a legge di tutela sin dal 1998 e di recente Area Marina protetta.
NOTO 1704 di Laura Cassataro
Anno 1704: con una decisione quanto mai singolare, anche se non unica e raramente riscontrabile in altre parti del mondo, il Governo spagnolo decreta l’abbandono della Noto distrutta dal terremoto del 1693 e pone la prima pietra per la costruzione della nuova città sul colle Meti. L’aspetto umano di questo trasferimento è sicuramente quello di cui molto poco si è parlato: i superstiti dovettero abbandonare i beni materiali rimasti e mettere da canto l’aspetto affettivo di quei luoghi ove erano vissuti e che avrebbero comunque ricostruito, come avviene normalmente in caso di disastri (Catania ricostruita sempre nello stesso posto dopo le varie eruzioni vulcaniche, Messina dopo il terremoto del 1908…). Nasce così un progetto di un’intera città che viene attribuito al gesuita Fra Ignazio Italia, il quale adotterà un impianto urbanistico scenografico articolato su tre livelli: il corso Vittorio Emanuele (già via del Cassaro), la via Cavour, e il cosiddetto Pianazzo (piano alto, cianazzu in dialetto locale). Achitetti (fra i quali spicca Rosario Gagliardi di Siracusa) capimastri e scalpellini lavoreranno in sinergia dando vita a quel particolare stile barocco netino, che fa famosa la città in tutto il mondo. Al sostrato locale verrà unita la più pura tradizione classica talvolta arricchita con lo stile esuberante nel decoro, detto Churriguerasco (dal nome dell’artista José Benito de Churriguera). Il visitatore che voglia cogliere l’unicità di un edificato per la maggior parte barocco e rivivere il XVIII secolo a Noto, deve fare mentalmente due operazioni: far sparire, con la fantasia ovviamente, tutto il verde urbano e i fabbricati dell’ottocento e del novecento (talvolta stratificati al di sopra di quelli d’impianto originale) e prendere atto di quell’intervento, operato alla metà dell’ottocento, che interessò la via del Cassaro che venne ribassata lungo tutto il suo percorso di almento due metri. Tutti gli edifici che vi si attestano si ritrovarono con le fondazioni a nudo con conseguenze risultate nel tempo di una certa gravità ai fini statici. Nel piano della Cattedrale (spazio oggi frammentato dai marciapiedi e dal lastricato del 1800) sono rappresentati edifici simbolo del potere del tempo: la Chiesa, lo Stato la classe nobiliare ed aristocratica. Dopo anni di restauri culminati con la ricostruzione delle coperture della Cattedrale lacerata dal crollo della cupola e dei tetti delle navate centrale e laterale destra, oggi è possibile apprezzare le superfici dorate dei prospetti di palazzi nobiliari, di chiese, di conventi e di monasteri e di rimanere ammaliati da queste architetture che ci circondano e ci riportano ai tempi delle famiglie del principe Corrado Nicolaci, dei Rau de La Ferla, dei Landolina Sant’Alfano, mentre il popolo devoto trasporta la vara di San Corrado per quelle che all’epoca erano strade polverose e trafficate da carrozze e carri. (Laura Cassataro, in Siracusa -sulle tracce del passato, Editore Morrone, 200
NOTO UNA CITTA’ PER DAN BROWN
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